Tre film – documentari dedicati a Piero Ciampi: la recensione

Federico Paoli 1 novembre 2014 0

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di Verso Blu

Stadio Appiani di Padova, meta anni ’70. C’è una partita di calcio di serie C in corso e nelle file dei biancoscudati milita un certo Ezio Vendrame, amico di Piero Ciampi, che quel giorno siede in tribuna. Ezio, una sorta di George Best italiano, ferma il pallone con le mani e interrompe d’imperio la partita, per andare a salutare Piero. Un gesto che poi spiegherà così: “Il gioco del calcio diventa una cosa volgarissima, di fronte ad un poeta come Piero”. Per una volta il calcio, lo sport nazional-popolare per eccellenza, si è fermato dinanzi alla poesia, con un atto più unico che raro: può bastarvi a dare l’idea della grandezza di Piero Ciampi?
Ezio Vendrame racconta questo episodio nel documentario “La morte mi fa ridere, la vita no” (Todo Modo, 2005), un’opera di Claudio Di Mambro, Luca Mandrile e Umberto Migliaccio che racconta il Piero anarchico e arrabbiato, attraverso le testimonianze di chi ha condiviso con lui la poesia, la musica e le serate alcoliche. Ernesto Mussi, dolce amico di Piero già nell’immediato dopoguerra; Enrico De Angelis (direttore artistico del Premio Tenco), che esibisce tutta la discografia di Piero, mentre Ennio Melis della RCA considerava Ciampi il suo lusso, e insieme un monito per la libertà espressiva. Scorrono immagini di Livorno e quelle d’archivio in cui Piero canta o lancia le sue invettive, in Tv come ai concerti. Un’ironia disincantata che è tutta racchiusa in una sua frase: “Io sono il più grande, perché mi posso permettere di prendere 300.000 lire a sera e mandare un altro a cantare al mio posto. Tanto chi conosce Piero Ciampi?”.
Il secondo documentario proiettato al Grattacielo è “Adius. Piero Ciampi ed altre storie” (2008) di Ezio Alovisi: un collage di memorie, immagini, parole e luoghi sulla vita irrequieta dell’artista, in un esperimento cinematografico intriso di contaminazioni. Qui c’è una sceneggiatura fatta di azzardi e interpretazioni. Si ricostruisce la scena artistica degli anni ’60-’70: da Guccini a De Gregori, Venditti, Giovanna Marini, Carmelo Bene. Letture di Nada (“Amava la vita, ma la vita non amava lui”), testimonianze di Gino Paoli e altri; e poi l’archivio di Ciampi, con tanta musica, anche in presa diretta. Suggestiva la scena finale, di un sottomarino che scende sott’acqua, per portarsi via le pene e sparire nel blu più profondo.
Infine, ultimo atto con “Minerali Sconosciuti”, opera nata da un’idea dei Letti Sfatti, per la regia di Carmine Giordano. Uscito nel 2012, è il più recente dei tre film proposti e raccoglie il tributo che Napoli rivolge a Piero Ciampi. C’è il tentativo, nobile, di traslare Ciampi in napoletano, ed è un esercizio che, come spiega Franco Carratori “riesce naturalmente, come un miracolo che solo la musica e la poesia possono realizzare, e poi Napoli e Livorno sono due città di porto”. Io ringrazio il Premio Ciampi per avermi risparmiato Halloween: una festa che non ci appartiene, mentre Piero sì, alla grande.

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