“Outsiders”: storie di giovani migranti #4

Silvia Trovato 4 novembre 2014 0

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Continuiamo a condividere le storie dei giovani migranti forzati, grazie alle interviste raccolte da Arci Solidarietà con il progetto Outsiders. In questo articolo troverete le storie di Mohamed, Sasa e Waid.

Mohamed, 23 anni, Pakistan.

«Io e la mia famiglia eravamo di religione sciita. Ho studiato alla moschea di Medrissa per nove anni e conosco bene il Corano ed è per questo che ho deciso che la religione sciita non faceva per me e sono diventato sunnita. Da quel momento sono cominciati i problemi. Dopo la morte di mio padre i miei zii e i miei nonni volevano cacciare di casa me e mio fratello; ci hanno picchiato con i bastoni e non hanno risparmiato nemmeno mia madre e mia sorella. Le violenze sono continuate; un giorno mi hanno preso, tagliato tutti i capelli, tolto i vestiti e legato a un albero. Sono rimasto legato a quell’albero per un giorno intero, nessuno mi aiutava, finché il giorno dopo il mio vicino di casa è venuto a soccorrermi. Sono arrivato in Italia su un furgone con altre tre persone, il viaggio è stato lungo e faticoso. Sono arrivato jn Italia passando da Iran, Turchia, Grecia e Macedonia. Qui in Italia mi trovo bene; studio l’italiano, vivo con altri ragazzi. Non riesco per il momento a pensare di tornare nel mio paese, ci sono troppi problemi, troppa intolleranza per noi sciiti».


Sasa, 39 anni, Russia.

«Nel 2008 siamo fuggiti con la mia famiglia dall’Ossezia, la situazione era molto difficile. Siamo venuti in Italia, a Lucca, perché qui abita mio fratello. L’Arci mi ha aiutato molto appena sono arrivato in Italia. Adesso abbiamo venduto la casa in Russia per acquistare una casa qui e abbiamo fatto il ricongiungimento familiare per far arrivare qui i miei genitori. Io sono anche ceramista e in casa ho fatto un piccolo laboratorio; partecipiamo anche ai mercati, cerchiamo di sopravvivere economicamente. Mi sono sempre trovato bene con gli operatori e con gli italiani, soprattutto in Garfagnana perché abbiamo molto in comune nel modo di festeggiare, nelle tradizioni e nelle feste. Il mio paese mi manca. Mi mancano soprattutto gli amici e i familiari rimasti in Russia ma i miei figli si sentono più italiani che russi e tornare adesso nel mio paese è impossibile».

Waid, 25 anni, Afghanistan.

«Sono partito nel 2011 attraversando l’Iran, la Turchia, la Grecia e infine arrivando in Italia. Il problema era la guerra. Era difficile continuare a vivere lì. Sono partito da solo e ho lasciato la famiglia in Afghanistan. È stato un viaggio molto lungo e difficile attraverso più paesi. Ho viaggiato con un gruppo di persone che venivano dal Pakistan. Ho speso molti soldi per permettermi di pagare il viaggio. Vivo a Sant’Anna, in via delle Rose, insieme ad altri ragazzi, pakistani, africani. Ci troviamo bene. Ora non vorrei tornare nel mio paese perché c’è la guerra. I miei genitori sono morti un anno e mezzo fa a causa della guerra e io sono rimasto solo. Da quel momento la mia memoria è come bloccata, ci sono cose che ho completamente dimenticato e ho forti mal di testa. Se cerco di immaginarmi da qui a un anno non riesco a pensare dove sarò, dove andrò; per il momento penso solo al presente».

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