Omaggio a Ernesto De Pascale a La Sentina: la recensione

Federico Paoli 6 novembre 2014 0

Franco: Ernesto, il nostro ministro degli esteri.
Antonella: Ernesto veniva rincorso, gli piacevano i giovani.
Ode a Ernesto De Pascale, “il ministro degli Esteri del Premio Ciampi”, come lo definisce Franco Carratori, perché lui era quello che portava unsentina2_bassa certo respiro da fuori. Fu grazie a lui, ad esempio, che nel 2008 arrivò a Livorno, per ritirare il Premio internazionale alla carriera, niente meno che Jack Bruce, scomparso pochi giorni fa. “E’ difficile – ancora Franco – condensare tutto ciò che Ernesto ha fatto per noi”, ma intanto un’altra serata per lui è andata in porto, a due passi dall’acqua che riempie i fossi di Livorno, sul Pontino, a La Sentina. E’ una vecchia cantina che un tempo era un magazzino di carbone della Livorno sotterranea, mentre oggi è un locale dove si mangia, si beve e si ascolta musica. Il Premio Ciampi ci ha portato il suo omaggio a Ernesto De Pascale, giornalista, produttore radiofonico e musicista, nonché giurato e voce storica del Premio Ciampi, mancato nel 2011. Una serata articolata in due momenti: prima la presentazione del libro “My name is Ernesto” di Antonella De Pascale e Antonello Anzani, entrambi presenti. Una raccolta di scritti inediti, ricordi e immagini del giornalista e produttore fiorentino, voce e anima de Il Popolo del Blues. Anzani dice che è stato un “lavoro faticoso e divertente, ma ci sono sempre persone che hanno voglia di raccontarlo”. E com’era Ernesto? “Lui, ad esempio, non dava consigli; dava ordini o pareri, sempre netti, precisi e onesti. E ti trovavi sempre a doverlo condividere”. La sorella, Antonella, porta avanti la sua “vita per la musica”, confessando che: “Ci teniamo addosso tutto il coraggio che ci ha trasmesso, e la voglia di lottare e credere a ciò che la musica che può fare”.
E allora spazio alle note, a seguire. Prima Antonello Anzani canta un brano immaginato come un dialogo con Ernesto, poi il palco va agli otto scalmanati della Fabrizio Berti Jug Band: due chitarre, basso, batteria, viola, voci e armonica, pedal steel guitar, washboard e tastiera; in otto sul palco. Le Jug band erano ensemble della tradizione povera americana, caratterizzate spesso dall’impiego di strumenti auto costruiti o di fortuna. Quella di Fabrizio, uno dei più importanti armonicisti toscani e profondo conoscitore del blues, è una piccola orchestra che sprigiona energia e classe, con repertorio fatto di blues, country e swing in una miscela unica e coinvolgente. Particolare, sul finale, l’omaggio a Bob Dylan in francese, portato sul palco da Michele Manzotti, altro gradito ospite di una notte decisamente blues.

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