“Una bellezza che incoraggia e nutre la riflessione”: Josef Koudelka e il World Press Photo 14

Federico Bernini 5 gennaio 2015 0

 

Doppia occasione al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, per gli amanti della fotografia, fino al 6 gennaio compreso è possibile visitare la mostra delle immagini vincitrici del World Press Photo 2014 e fino al 3 maggio 2015 resterà allestita, Vestiges 1991-2014, la mostra del fotografo di origini ceche Josef Koudelka.

 

Andiamo per ordine.

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World Press Photo, organizzazione non profit istituita nel 1955 in Olanda e sostenuta da Ducth Postcode Lottery e da Canon, ha istituito il più importante concorso di fotogiornalismo a livello mondiale, diviso in nove categorie, al quale ogni anno partecipano migliaia di fotografi.

L’edizione 2014 è stata vinta da John Stanmeyer, fotografo americano, con la celebre immagine che ritrae alcuni migranti sulle coste di Gibuti, che durante la notte, cercano di intercettare il segnale telefonico della vicina Somalia per poter parlare con i loro familiari.

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Ma il WPP racconta i principali eventi dell’anno passato e quest’anno sebbene ancora drammaticamente presenti continuano ad esserci reportage di guerra, molti sono stati i lavori che hanno cercato di raccontare l’intimità delle famiglie e le biografie, apparentemente anonime, di storie comuni.

Un fotogiornalismo che sappia raccontare oltre le news mainstream è segno di vitalità e di consapevolezza nella ricerca di notizie e storie interessanti da narrare.

Dopo il mondo raccontato attraverso gli occhi dei fotografi vincitori del WPP 2014 si passa alla evocativa e tridimensionale mostra di Koudelka.

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Sono raccolte una serie di immagini scattate su siti archeologici di tutta l’area mediterranea negli anni compresi tra il 1991 e il 2014.

È il tentativo di indagare le origini antiche e immutate dell’Europa, radici scolpite nella pietra e posizionate in un’area vasta ed eterogenea; Koudelka, più e più volte ha ripetuto gli scatti di questi templi, rovine, palazzi, strade, colonne, costruzioni in pietra, per cercare lo scatto perfetto.

A chi gli ha chiesto che cosa trovasse in tutte queste antiche rovine ha risposto –…Una bellezza che incoraggia e nutre la riflessione-.

Effettivamente la stessa cosa può essere detta degli scatti esposti, talmente armonici, evocativi, metatemporali e insieme espressione di una precisa presenza umana che incoraggiano e nutrono la riflessione.

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Sono lavori in bianco e nero e di particolare interesse è l’allestimento, sobrio ma efficace: alcune immagini sono classicamente appese alla parete, altre montate sulla faccia superiore di strutture a forma di parallelepipedo che suggeriscono prospettive di visuale più realistiche portando il visitatore dentro il sito archeologico.

Per chi si aspetta di vedere i lavori sugli zingari o le immagini dell’invasione di Praga, troverà tutt’altra atmosfera, più incline a ripercorrere un lungo cammino comune alla civiltà e ai popoli del Mediterraneo.

Direi che è un segnale di ricostruzione e di unità collettiva, che la fotografia di Koudelka ci dà in una fase di frantumazione delle identità e di emarginazione delle diversità.

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