La guerra asimmetrica tra le matite e le pallottole.

Federico Bernini 7 gennaio 2015 0

Ho lasciato passare qualche ora prima di scrivere una mia riflessione sui fatti di Parigi, sull’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, il giornale satirico francese, nel quale 8 giornalisti tra cui il direttore, un ospite, il portiere e due poliziotti hanno perso la vita.

In questi minuti, mentre scrivo, le teste di cuoio francesi sono sulle tracce dei terroristi nella città di Reims.

Nel frattempo Hollande ha fatto il suo discorso pubblico alla Nazione, parlando di terrorismo e di minaccia per la tutta la Francia. A Parigi in Piazza della Repubblica migliaia di cittadini protestano pacificamente e in silenzio con matite alzate a ricordare che l’arma del pensiero e della critica è più forte delle pallottole.

Eppure oggi altre pallottole hanno ucciso dei lavoratori, degli innocenti e questo massacro è stato fatto nel “nome di Dio”.

Ritengo che quello di oggi non sia stato un atto terroristico ma un atto di guerra, una guerra che non vede due eserciti contrapposti sulla stessa piana di combattimento, ma comunque un atto di guerra contro un modello di società, contro un’idea di libertà e cultura.

Un atto di guerra che è anche un segno e un messaggio diretto all’Europa: vulnerabilità, permeabilità, presenza di gruppi armati nel cuore della civiltà europea.

Io credo che una guerra spezzettata fatta di episodi frammentati e dilatati nel tempo sia ormai in corso da molti anni, una violenza che ha visto alcune potenze occidentali giustificare guerre per esportare democrazia, sostenere alleati che oggi sono diventati nemici, combattere dittatori che oggi rappresentano invece alleati in una logica di realpolitik di geopolitica internazionale.

Nel frattempo milioni di cittadini sono andati a ingigantire i flussi di migranti che cercano la speranza di una vita migliore in un occidente in crisi economica e sociale.

Dall’altro lato forme di ideologismo integralista a carattere religioso sono diventate la nuova benzina con cui infiammare popolazioni povere, sfruttate e da decenni in balia di governanti dittatori e criminali.

Non è giustificazione dell’accaduto ma un semplice ragionamento per cercare di immaginare il percorso che ci ha condotto tutti ad un punto di non ritorno ma soprattutto ad un punto che sarà di rottura e diventerà cibo da gettare in pasto a chi, anche in occidente, da questo dramma ha solo da guadagnare. Mi riferisco ai partiti e ai movimenti nazionalisti, xenofobi e razzisti.

Eppure dall’altra parte, le milizie del Califfato Nero di Abu Bakr al-Baghdadi rappresentano in questo momento una reale minaccia politica, militare, culturale e soprattutto anche economica ad un modello di sviluppo democratico, libero ed egualitario.

Perché le guerre si combattono non solo per onore ma anche e soprattutto per potere e per definire nuovi stati di dominio sia simbolico sia materiale.

È dalla guerra in Bosnia del 1992 che un nuovo esercito di miliziani islamici si allena alla guerra santa, investe soldi in armamenti e tecnologie, strumenti culturali e piattaforme mediatiche, così come molte potenze occidentali sono decenni che vedono nelle guerre sparse per il mondo occasioni di business e di maggiore controllo geopolitico dell’emisfero.

Adesso la situazione rischia di sfuggire di mano e la guerra islamica del Califfato si globalizza e cerca di aprirsi oltre i confini.

C’è un altro punto, che come giornalista e come nuovo direttore di Radiocage voglio fare e riguarda una trasversale difesa della libertà di informazione e della difesa del diritto di satira. Questi presupposti sono le basi per lo sviluppo di una comunità rispettosa delle diversità e capace di comprendere anche quando non si è d’accordo. In questo momento le analisi, le opinioni, i punti i vista riempiono pagine, schermi di TV e computer ed è giusto che sia così perché la riflessione, il tentativo di comprensione e il confronto sono armi forti per contrastare violenza e follia.

L’unico problema è che ci fermiamo a ragionare quando il fatto, in questo caso la tragedia, è compiuto e raramente crediamo che riflettere preventivamene sulla direzione del mondo sia cosa sana e giusta.

Oggi serve riaffermare delle banalità: che non si uccide perché qualcuno la pensa diversamente, che non si attenta alla vita di cittadini indifesi perché ritenuti infedeli e così d’altra parte non si può pensare di seminare guerre, bombe e dittatori e credere che il raccolto sarà composto da fiori e messaggi di fraternità.

La cosa peggiore che potrebbe accadere è una contrapposizione ideologica tra simboli della cristianità e simboli dell’islam in una reciproca rivendicazione di legittimità, superiorità e diritto alla prevaricazione.

Lo smarrimento identitario, politico e culturale dell’Europa deve essere il punto di partenza di un percorso complesso di ricostruzione di nuove identità integrate, di sviluppo economico e occupazionale, di una nuova politica comunitaria di welfare sociale, di cultura della tolleranza e della reciprocità.

La politica ha un grande ruolo. Speriamo che sappia interpretarlo.

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