Dal terrorismo all’amore: incontro con Mario Cardinali direttore de Il Vernacoliere

Silvia Trovato 9 gennaio 2015 0

di Francesca Ricci e Silvia Trovato

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Se la satira insegna a far riflettere, Cardinali é lo specchio delle nostre riflessioni.
Sono le 17:30 saliamo i gradini sugli Scali del Corso a Livorno. Ad accoglierci é proprio lui, Mario Cardinali, direttore de Il Vernacoliere. Gentile, ironico, accogliente. Davanti a noi la Storia del Vernacoliere. Le nostre domande diventano parole in piena, una corrente che ci travolge e ci trascina in un mare di conoscenza. La sete di sapere è ciò che ci vuole, in questo mondo dove la guerra tra poveri si è trasformata in una gara ad accaparrarsi ciò che é ritenuto vitale: il tablet più grosso ed il giochino più ganzo.

Qual è il ruolo della satira nella democrazia?
«La satira è uno sfogo, un’attitudine mentale perché è una particolare visione critica. La satira stando a quelli che sono i modelli classici fustiga gli usi e i costumi ridendo e non ci sono dei ruoli, è un esercizio di libertà di pensiero. La satira si può inventare fatti, come in questi titolacci che invento io. La satira inquadra il contesto della società. Fino al ’92 c’era la Corte di Cassazione che aveva stabilito che la satira per rientrare nell’art 21 doveva essere innocua, innocente, muovere a riso come una barzelletta. Poi nel ’93 invece è stato stabilito che la satira è esercizio fondamentale con una sentenza molto innovativa e che non è reato attribuire istinti sessuali al Papa, per esempio, perché il Papa è un uomo. La satira non è solo voglia di mettere alla berlina, la satira insegna a far riflettere».

Cosa spaventa della satira?
«I sudditi si spaventano, i re no. “Che ne parlino male, purché ne parlino” , si dice. Una volta addirittura Borghezio ci contattò, scrivemmo un titolone dei nostri “i leghisti ci fanno una doppia sega” e lui ci contattò per ringraziare. La parolaccia livornese non è turpiloquio, la nostra è espressività popolare, trilogia “gastro-ano-genitale”. Livorno ha una diversità rispetto alla vera toscanità. C’è un gioco basato sula coscienza di ciò che si fa, di questo ho parlato in tanti luoghi, dalle università, ai circoli anarchici; del gioco. Al congresso internazionale di satira c’erano professori che arrivavano da mezza Europa e andai a parlare del gioco dei pisani, delle beffe del Medioevo, di come il vernacoliere ha preso questa rivalità in modo giocoso, perché i pisani sono i più simili a noi in Toscana e quindi scatta la sfida. Noi livornesi non abbiamo niente di toscano solo il “loco”, l’indicazione geografica».

L’attacco a Charlie Hebdo rappresenta un punto di non ritorno?
«Io guardo gli effetti, le cause le sappiamo. Noi avevamo la Santa Inquisizione, oggi ci sono gli integralisti islamici che ammazzano col mitra, anche le religioni si evolvono, mi viene da dire. Gli integralisti vivono il loro Medioevo. Noi ce la prendiamo con chi si professa potavoce della divinità predicando povertà e avendo immense ricchezze, seminando sfaceli in giro per il mondo. È incredibile pensare al Papa Bergoglio come all’unica sponda di socialismo, lui lo fa con in testa la carità cristiana e invece lo chiamano “comunista”. A ogni reazione c’è una contro reazione, vediamo cosa si scatena in questi giorni sul web, l’intransigenza assoluta che si diffonde nella gente perché c’è il sentimento dell’odio verso l’altro pronto a esplodere e nessuno che metta in discussione il sistema economico che è basato su questo, sul togliere i diritti invece che estenderli. C’è un crollo della fiducia in una catarsi, in un cambiamento, si è tutti radicati sul materialismo consumista. La deriva verso l’estrema destra è già molto concreta; temo dei pogrom come quelli degli anni ’30, si preparano tempi molto bui, una deriva incitata. Non è più lotta tra poveri ma una gara tra chi si accaparra ciò che è vitale. Noi veniamo dai tempi della strategia della tensione, da Pinelli che “si butta fuori falla finestra”, cui prodest mi chiedo da latinista, a chi giova? Lo studio, la conoscenza, la possibilità di conoscere, va recuperata, l’abbiamo perduta in questa società, certo io sono “anziano” e quindi rimpiango i tempi andati, ma se rinascessi io vorrei ricominciare a studiare 10.000 volte. Io sono un buon italianista ma ho una passione in particolare per la lettura dei vocabolario italiano, perché apre a nuove scoperte e quella sete di sapere è fondamentale, come in amore».

Il sapere come l’amore ha bisogno di essere alimentato con la tenerezza, con la scoperta, ad ogni età, ci dice Mario Cardinali, perché é solo nella condivisione, nella trasmissione dei saperi che l’uomo può cercare di arginare l’odio, l’intolleranza e combattere il proprio Medioevo.
Sono quasi le 18:30, sotto le finestre, cominciano ad arrivare le matite a sostegno di Charlie Hebdo. Il nostro incontro é finito, si torna a casa alla ricerca del Vocabolario perduto.

Cliccate qui per scaricare il podcast con alcuni estratti dell’intervista: MarioCardinali_Vernacoliere
La video intervista completa a Mario Cardinali:

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