Lo spettacolo “Alla Luce” della Compagnia Laboratorio Pontedera: recensione e interviste

Silvia Trovato 18 marzo 2015 0

Di Gabriele Baroni, Rosanna Harper, Luca Limitone, Silvia Trovato

Foto Alice Casarosa

Nel nuovo spazio allestito per l’occasione al Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno, in occasione della rassegna teatrale “Teatri di Confine a Livorno” è andato in scena, venerdì 6 e sabato 7 marzo, lo spettacolo della Compagnia Laboratorio di Pontedera: “Alla Luce” per la regia di Roberto Bacci e la drammaturgia di Michele Santeramo. Poco prima la messa in scena abbiamo incontrato nel foyer del teatro gli attori e il regista dello spettacolo.

LE INTERVISTE

Roberto Bacci, regista e direttore artistico.
<Io e Michele Santeramo ci siamo incontrati a Lari al festival di Collinarea e abbiamo deciso di fare qualcosa insieme a due condizioni: che fosse impossibile farlo e che ci insegnasse qualcosa a livello personale. Abbiamo iniziato a farci domande sui rapporti dei personaggi, chiedendoci a cosa avrebbero giocato, complicando sempre di più. Abbiamo complicato per andare a cercare le radici di questo lavoro, il senso delle emozioni negative, la forte emozione si dice che ti renda cieco. Il controllo delle emozioni è un problema fondamentale; da piccoli nessuno ci insegna a confrontarci con le emozioni, non la scuola, né la famiglia, né la religione. Siamo apprendisti del livello emozionale e ci portiamo dentro questo squilibrio tutta la vita senza capire quale sia la natura vera delle emozioni, come ci mettono in relazione con la realtà. Abbiamo creato una situazione paradossale che avesse anche un livello di concretezza; loro sono ciechi e c’è la metafora del miracolo del vedere, perché c’è chi vuole vedere e chi non vuole. Chiunque ha la paura della morte, del tradimento, della crudeltà e della prevaricazione; cosa nasce in te, come ti metti in questo rapporto? Quante volte siamo nella volontà di un altro? Non sappiamo nemmeno cos’è la volontà, quella con la “V” maiuscola; il tema è proprio dell’essere umano>.


Gli attori.
Silvia Pasello nello spettacolo interpreta Maria l’unico personaggio che, alla fine del gioco, rimarrà preclusa dalla vista <Lei è l’unica a non vedere perché, sostanzialmente, non vuole vedere. Il suo scopo è quello di incontrare il croupier (interpretato dall’attore Sebastian Barbalan) con il quale si presume abbia avuto una storia regressa: si capisce che tra i due c’è stata una relazione e che se lei si trova in quel preciso luogo è per lui, per incontrarlo di nuovo>.

Tazio Torrini nello spettacolo interpreta Mario il marito di Maria. <Una persona che si porta dietro un conflitto di lunga data con la moglie, una specie di pentola a pressione. Si tratta di una relazione guasta da tempo, verso la quale non si arriva ad una soluzione, un tormentarsi a vicenda, pur restando insieme. Una bomba che rimane inesplosa, fino a quando emerge, alle fine dello spettacolo, in maniera violenta, portando la coppia a rimanere esclusa dal gioco, in virtù della regola del dominio delle emozioni>.

Michele Cipriani interpreta Filippo uno dei due fratelli: <Filippo ha un rapporto molto stretto con il fratello di dipendenza. Si trova in questa competizione essenzialmente per accondiscendere il fratello. Non ha un interesse così profondo nella necessità di riacquistare la vista. È una persona molto semplice, che ha dei sentimenti semplici: l’unico, tra i personaggi, che spesso dimostra di avere dei sentimenti umani. Sentimenti che, spesso, lo portano a mettere a rischio la sua partecipazione, la possibilità di poter vincere: dei quattro è il personaggio meno complesso, meno oscuro, il più “buono”>.

Francesco Puleo interpreta Antonio, l’altro fratello: <Antonio vive questa profonda simbiosi con il fratello Filippo: spesso, Filippo, viene percepito come un peso, fungerà, tuttavia, come paravento per la costruzione di tutte le relazioni. A differenza di Filippo, Antonio partecipa al gioco perché vuole vedere, liberandosi così da tutta una serie di frustrazioni profonde. L’approccio di Antonio alla vita è un approccio strategico, lui ha necessità di capire come riuscire, come vincere. Una continua ricerca di strategie, per superare gli altri, le difficoltà della fratello>. Ha aggiunto: <Quando Antonio riacquista la vista capisce che il suo sforzo non serve a niente, si tratta dell’ennesima frustrazione, l’ennesimo problema da superare. Nel finale, quando Filippo decide di abbandonare il rapporto, allora, anche in relazione all’altro personaggio, Mario, Antonio trova una liberazione, una senso al ritorno alla luce>.

Il percorso di ricerca sul tema delle emozioni negative.

Silvia Pasello <Abbiamo incontrato Augusto Temperanza, un professore e un amico, che si occupa di educazione e di filosofia. È lui che ha lavorato con noi: con lui abbiamo fatto un lavoro sul la cecità, percorrendo un laboratorio sulla sensorialità. Le meditazioni sono state fatte a livello individuale, attraverso un percorso specifico>.

Tazio Torrini <Un lavoro in cui è presente una componente molto nera. La bravura è stata nell’affrontare ciascuno il proprio ruolo, senza immedesimarsi troppo nella parte>.

Michele Cipriani <Lo spettacolo ha una componente metaforica molto forte rispetto questo argomento. Il mio personaggio non ha un rapporto diretto con le emozioni negative intese come la parte meno luminosa della nostra anima. Filippo rimane abbastanza inconsapevole: vive nel buio della innocenza e della incoscienza. Alla fine del percorso, quando vede, esplora tutta la sofferenza che deriva dal possesso della consapevolezza: capisce che il rapporto con fratello era basato sull’inganno>.

Francesco Puleo <In Antonio non c’è, come per Filippo, una distinzione nel concetto di bene e di male. Le emozioni sono legate ai rapporti familiari, impronta che ci portiamo dietro per tutta la vita, che, spesso, ci rendono proiettati verso gli altri. Il poter vedere, alla fine, enfatizza, in lui, sensazioni ed emozioni>.

LA RECENSIONE.
Alla luce è uno spettacolo che parla del buio. Due coppie di non vedenti, marito e moglie (Michele Cipriani e Silvia Pasello) e due fratelli (Francesco Puleo, Tazio Torrini) arbitrate da un enigmatico croupier (Sebastian Barbalan) giocheranno a carte il proprio destino. Chi vince otterrà la vista.
La prima fondamentale regola del gioco è “governare le emozioni”, chi pesca la carta più alta ha diritto di mettere alla prova la coppia avversaria scegliendo tra sette carte: crudeltà, disprezzo, tradimento, paura della morte, violenza, prevaricazione e rivalità. Se la coppia supererà la prova il gioco continuerà in un lento e inesorabile massacro che darà vita a una lotta senza esclusione di colpi. Lo spazio scenico è una stanza ai limiti della claustrofobia. Un non-luogo sospeso tra il mondo reale e quello dove si agitano le anime in cerca di risposte sotto una pioggia torrenziale di domande esistenziali.
Il gioco all’apparenza molto semplice, elementare, si rivela molto più difficile di quanto si sia messo in conto e il croupier lo annuncia subito e lo ripete senza sosta per buona parte della performance. Col passare delle prove i personaggi sono catapultati in un vortice implacabile di emozioni diverse che mettono a dura prova la stabilità emotiva e psicologica dei quattro, dando libero sfogo ai loro sentimenti più profondi. Si viene quindi a conoscenza di drammi passati e presenti che hanno distrutto, e continuano a farlo, la vita di ciascuno dei protagonisti.

Il croupier annuncia più volte: «Vedere non è per tutti, sapere non è per tutti. Non vedere ha i suoi vantaggi»

Ecco allora che quando i vincitori acquistano la capacità di vedere, fanno fatica a guardare e non solo perché non vi sono abituati, in quanto neo-vedenti. La cecità permetteva loro infinite soluzioni e una libertà senza confini perché l’immaginazione poteva costruire il mondo e i suoi fenomeni senza dover sottostare alla dittatura della luce.

La regia di Roberto Bacci è una guida per lo spettatore che si avvia ad affrontare un cammino oscuro e solitario attraverso i propri sentimenti (crudeltà, disprezzo, tradimento, paura della morte, violenza, prevaricazione e rivalità) mentre la drammaturgia realizzata da Michele Santeramo, dopo un attacco originale e appassionante perde un po’ di consistenza nel dilungarsi sul medesimo concetto finendo in qualche occasione per avvitarsi su se stessa.
La conclusione così ci lascia un po’ perplessi con il suo insistere su di un concettualismo forse eccessivo e su un disagio esistenziale che perde sempre più intensità fino a sfumare in un buio senza via d’uscita. Quella che alla fine dello spettacolo neanche noi riusciamo a trovare.

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