Bombino al The Cage Theatre: la nostra recensione

Silvia Trovato 31 marzo 2015 0

Di Luca Limitone

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Non appena Bombino tocca le prime note della sua chitarra un vento sahariano si diffonde nel teatro di via del Lazzeretto, Livorno sembra lontanissima, siamo nel deserto, intorno a un falò, sotto un cielo di stelle e i cammelli intorno a noi riposano dopo tante ore trascorse sotto il sole.
Dopo un’introduzione acustica a base di djembe e calabash, il set si trasforma e Bombino, accompagnato dalla sua band, aumenta i decibel nella sala con sonorità più rock blues, senza tuttavia perdere la sua identità sahariana.
Grazie al suo inconfondibile sound Bombino ci restituisce immediatamente i colori e i sapori della sua terra natia, il Niger, luogo che, lo si capisce subito, ha molto a che spartire con la solitudine e con il deserto. Figlio di un pastore nomade, Omara Moctar, prima di diventare Bombino, era un ragazzo cresciuto con la guerra civile negli occhi e una chitarra imparata a suonare di nascosto, perché agli occhi del regime incarnava il simbolo della ribellione. Eppure guardando i lineamenti fanciulleschi di questo giovane tuareg, non a caso soprannominato dai suoi amici Bombino dallo storpiatura dell’italiano bambino, non lo si direbbe un ribelle quanto piuttosto un uomo libero che canta nella sua lingua, il tamasheq, come un incantatore di serpenti, con lo sguardo basso e il sorriso timido di chi non si sente troppo importante, ma solo un musicista che tenta di fare della sua arte il suo mestiere. E sembra riuscirci parecchio bene.
Infatti dopo l’album d’esordio “Agadez” (sua città natale) del 2011, la sua musica inizia a superare i confini del deserto, diventando un vero e proprio caso mondiale, attraversa l’Oceano fino a giungere alle orecchie di Dan Auerbach dei Black Keys che decide di produrre il suo secondo album “Nomad” pubblicato nel 2013.
Ne nasce una commistione perfetta, un matrimonio che unisce il blues americano con il rock berbero, il tutto amalgamato con il battito primordiale del grande cuore africano. Tanti generi diversi ma con le stesse radici. E il pubblico eterogeneo del Cage per una notte si è fatto testimone di questa unione sacra, partecipando all’esibizione come una tribù nomade sulle dune e richiamando più volte la band sul palco per tributare un doveroso omaggio a un artista che siamo certi continuerà a far parlare di sé.

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