“Reporting Livorno – Cultura, associazionismo e dintorni” racconta la storia del Centro Basaglia

Silvia Trovato 7 aprile 2015 0

Di Silvia Trovato, Rosanna Harper, Elisa Rapini

Foto di Silvia Trovato

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«…Perché prima quelli che erano qui pregavano di morire. Quando moriva uno qui una volta suonava sempre la campana, adesso non usa più. Quando suonava la campana tutti dicevano: Oh Dio, magari fossi morto io, dicevano, che sono tanto stanco di fare questa vita qui dentro. Quanti di loro non sono morti che potevano essere vivi e sani. Invece avviliti, perché non avevano nessuna via di uscita, non volevano più mangiare. Gli buttavano giù il mangiare per il naso con la gomma, ma non c’era niente da fare, perché si trovavano chiusi qui dentro e non avevano nessuna speranza di uscire. Come una pianta quando è arsa perché non piove e le foglie appassiscono, così era qui la gente».

«D C’erano le sbarre, le porte chiuse?
Margherita Sì c’erano le reti; ha cominciato col nostro reparto a togliere le reti, ci ha levato i corpetti, insomma diverse cose ha fatto.
D Ma questi corpetti li avevate addosso tutto il giorno?
Margherita Tutto il giorno, dalla mattina alla sera e anche alla notte ci legavano a letto i piedi, le spalle, tutto, come il Signore in croce.
D E questo vi faceva male?
Margherita Altroché che mi faceva male! Perché anche una persona che è proprio persa, credo che non gli fa bene trovarsi così.
D Fuori non andavate mai? Nemmeno in giardino?
Margherita Sì in giardino andavamo, ma eravamo legate anche in giardino. Quando erano belle giornate che c’era il Sole ci legavano in giardino. Io ero tante volte legata intorno alla panchina, all’albero che c’è in corte. Mi legavano sempre lì.
D Perché vi legavano?
Margherita Perché quella volta si vede che non c’era quella cura come adesso, sì, c’era ma si vede che il professore di prima non la usava. Invece adesso è venuto Basaglia e quella cura che fa adesso ha migliorato al cento per cento l’ospedale».
Introduzione documentaria a cura di Nino Vascon, L’istituzione Negata – Rapporto da un ospedale pschiatrico, Franco Basaglia.

interni#4Il 1978 la Legge 180, conosciuta anche come Legge Basaglia, impose la chiusura dei manicomi, la regolazione del trattamento sanitario obbligatorio tramite l’istituzione di servizi di igiene mentale pubblici. Dalle voci di queste testimonianze che riportiamo dal libro di Basaglia possiamo scorgere dei frammenti di quella che era la vita di manicomio con la spersonalizzazione, lo svilimento, la costrizione proprie di tutte le istituzioni totali. “Noi neghiamo la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia, imputandone il livello di distruzione alle violenze dell’asilo, dell’istituto, delle sue mortificazioni e imposizioni; che ci rimandano poi alla violenza, alla prevaricazione, alle mortificazioni su cui si fonda il nostro sistema sociale”, diceva Franco Basaglia.

Sono passati pochi giorni dalla data del 31 marzo con cui per legge è stata stabilita la chiusura degli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari. Questa data è stata accolta con timore da molte Regioni che non sanno ancora in quali strutture invieranno gli internati degli Opg e ha motivato in questi giorni la riapertura di un dibattito esteso che dagli Opg, ha toccato anche la storia dei manicomi, la legge Basaglia, la rivoluzione umana e sociale che motivò nel ’78, ma anche le speranze disattese da un sistema istituzionale che ancora non è riuscito a tradurre e condurre concretamente la portata rivoluzionaria della Legge 180. La terribile realtà degli Opg, che dovrebbero essero considerati come luoghi di cura, è stata documentata nel 2011 con una commissione d’inchiesta del Senato presieduta da Ignazio Marino raccontata nelle terribili immagini del reportage di Presa Diretta; reclusione, letti di contenzione arrugginiti, strutture fatiscenti, malati legati ai letti e abbandonati, un sistema di rinnovo della permanenza all’interno dell’istituto completamente fuori controllo, che ha permesso di tenere in uno stato di ostaggio sociale molti degli internati che avrebbero potuto essere da tempo dimessi e reimmessi nella società, dalle proprie famiglie o in altri istituti. Una situazione complessa che continuerà a rivelarsi tale nei tempi a seguire, perché senza andare troppo lontano da Livorno, volgendo lo sguardo all’Opg di Montelupo, al momento la giunta regionale si è esposta proponendo che rimanga ancora aperto per un periodo da accertare e che poi gradualmente gli internati siano spostati a Firenze presso il carcere Mario Gozzini.

Siamo andate al Centro Residenziale Franco Basaglia di Livorno per farci raccontare la sua storia dalla psichiatra Ivana Bianco, Alessandra Vitti riabilitatrice psichiatrica e Riccardo Bargellini artista e visual designer. Il Centro Basaglia ospita una ventina di pazienti psichiatrici che vivono nella stuttura aperta del centro, circondati dal Pac 180, il parco che circonda il centro che ospita murales, sculture, opere d’arte create da molti artisti. Ci sono molte attività al Basaglia e molte collaborazioni artistiche che uniscono storie e iniziative.
Cominciamo dalla storia del Centro.
cavalloCi introduce con un’ampia e ricca panoramica della storia del Centro Basaglia la psichiatra Ivana Bianco «La legge Basaglia del ’78 fa ormai parte dei servizi anche se ne propongono continuamente revisioni. Così come succede nelle carceri, nei collegi, l’istituzione totale del manicomio prevaleva sulle persone per cui dopo un tot di anni queste persone erano tutte uguali ma era l’organizzazione a spersonalizzarle. I manicomi erano nati a fine Ottocento con Giolitti dopo l’Unità d’Italia per rispondere alla necessità di “fare ordine”. In ogni provincia nei manicomi si chiudeva tutto ciò che era considerato diverso: il cieco, il muto, la ragazza madre, l’alcolizzato. Nel tempo è diventata un’istituzione totale e a fine anni Sessanta si cominciò a criticare e proporre un altro tipo di organizzazione. Dobbiamo ricordare che quelli furono anni particolari, gli anni dell’approvazione della legge sull’aborto e sul divorzio, anni di fermento, chissà adesso se la legge Basaglia ce la farebbe ad essere approvata. Prima della legge Basaglia entrare in manicomio era piuttosto semplice, alla stregua di un qualsiasi atto di polizia.

Livorno all’inizio degli anni ’80 aveva un’attività vigorosa portata avanti dall’associazione dei familiari dei pazienti psichiatrici; Livorno non ha mai avuto un manicomio, era Volterra il manicomio di riferimento. Chiamarono esperti psichiatrici di Trieste che erano l’avanguardia culturale. Il Centro Basaglia nasce nel ’94 ed è strutturato in appartamenti, attualmente sono 5, ognuno con cucina, soggiorno, stanze doppie per ricostruire un’organizzazione familiare e favorire il momento di passaggio dal manicomio al rientro nella società.

Abbiamo sempre pensato all’ospitalità al Basaglia come a una fase non definitiva; negli ultimi 4 anni abbiamo preso pazienti con misure di sicurezza con ordinanze di giudici che venivano dal manicomio giudiziario, principalmente da Montelupo. Al Basaglia si arriva su indicazione dei medici, per le situazioni che sono considerate molto gravi, arriva qui chi ha già fatto molti ricoveri, chi ha alle spalle situazioni molto complesse. Il ricovero nei reparti di psichiatria è ancora percepito come uno stigma; venire in laboratorio è socialmente e culturalmente accettato ma il ricovero no, il ricovero ti lascia un marchio sociale. In questo momento ci sono 19 ospiti, età media 42 anni, vanno dai 29 agli 80 anni. È un’età media abbastanza giovane per noi psichiatri. Negli ultimi anni ci sono stati molti studi e tesi di laurea che si sono concentrate sul dato dei suicidi e dei ricoveri a Livorno. Non ci risulta un incremento di questi dati, anche se dobbiamo tenere conto che reperirli non è semplice, perché chi tenta il suicidio e finisce in rianimazione, per le statistiche non vale come suicida. Quello che possiamo dire dal nostro punto di osservazione è che in una città in crisi i determinanti di salute ovviamente peggiorano e questo segna profondamente la qualità della vita, ed è un dato che vale anche per altri tipi di malattie, dai tumori al diabete. Vediamo che a livello territoriale aumenta il lavoro sul fronte della depressione, ma è una depressione non endogena, è una depressione causata dalla mancanza di lavoro, di prospettive, dalla solitudine. Dentro al Basaglia essenzialmente il paziente vive la sua vita. Per esempio noi siamo molto attenti al cibo, lo concordiamo qui, lo facciamo qui e ci permette di fare un lavoro profondo, il cibo è una chiave. A tavola si può conversare, anche con gli schizofrenici, che spesso hanno una specie di insalata di parole, a tavola stiamo anche un’ora e mezzo e parliamo. Qui si vive, i pazienti acquistano i propri abiti, perché anche gli abiti costruiscono l’identità. Il cibo, i vestiti, la preparazione del pranzo, la condivisione delle uscite, la scelta del film al cinema, le riunioni settimanali, sono aspetti su cui costruisci te stesso, riprendi l’autostima; la malattia ti impoverisce, ti fa perdere l’idea del sé e riacquistarla è fondamentale. Ci sono molte attività nel Centro, dalla musicoterapia allo yoga ma la parte più importante è che innanzitutto siano attività esterne. Non abbiamo attività per tutta la struttura, se un paziente ha bisogno la costruiamo ad hoc, ci focalizziamo sul bisogno del paziente nel preciso momento della sua vita in cui entra in questo spazio».

Le associazioni che gravitano intorno al Centro Basaglia.
interni#2Il Cane di Zorro. Un’associazione culturale che raccoglie, come si legge sul sito, tra i suoi tesserati “persone di differenti formazioni, che amano promuovere il lavoro di artisti ai margini. L’obiettivo dell’associazione è quello di ampliare la diffusione e la conoscenza delle arti attraverso l’attivazione di contatti diretti fra persone, che, in fatto di cultura, sono sempre portatori di “materie prime”. La convinzione, prosegue, è che il linguaggio universale della creatività può vincere le diffidenze e trovare sbocco nel mercato, ovvero nella possibilità di autofinanziarsi per raggiungere il grande obiettivo di finanziare liberamente nuove idee”. «Il Cane di Zorro è nato cinque anni fa, nel 2010, da un gruppo selezionato, i fondatori sono sei, tutti appartenenti a questo ambito, ma ognuno con una funzione diversa, ha spiegato Alessandra Vitti. Un’associazione che parte dal Centro Basaglia e che poi assume diverse ramificazioni, tra cui Valigie Rosse. Non una attività interna di terapia occupazionale, ma un vero e proprio laboratorio d’arte partecipato dai pazienti, (presenti al suo interno come associati) insieme all’artista e visual designer Riccardo Bargellini. Laboratorio che propone anche esposizioni, realizzate anche all’estero. Il nome, Cane di Zorro, deriva da un quadro, realizzato da un paziente: un cane con una mascherina».
Premio Ciampi – Valigie Rosse. Nato nel 2010 da una costola del Cane di Zorro e dal premio musicale intitolato al cantautore livornese, Il Premio Ciampi – Valigie Rosse, come si legge sul sito, ogni anno viene assegnato ad “un poeta italiano ed uno straniero, e consiste per il primo, nella pubblicazione di una plaquette di inediti, per il secondo nella traduzione e pubblicazione del libro premiato”. Proprio durante l’ultima edizione del Premio Ciampi, Radio Cage ha incontrato e intervistato lo scrittore e poeta Italo Testa, vincitore della edizione 2013 con “I camminatori”. Valigie Rosse, prosegue il sito: “è un progetto editoriale, una redazione specializzata, un curatore di eventi culturali, che nasce da una comune passione per i libri e per l’arte; dalla convinzione che la creatività, la qualità e il bello, in una parola, la cultura, siano un’esigenza primaria, e che possano contribuire ad un benessere spesso dimenticato nelle logiche di mercato. E che solo attraverso il dialogo si può raggiungere. Le edizioni Valigie Rosse nascono da un’idea di Riccardo Bargellini e Valerio Nardoni.
Atelier Blu Cammello. L’atelier (ABC) nasce nel 1999, all’interno degli spazi del Centro Basaglia con il desiderio di dare la possibilità ad alcuni utenti del dipartimento di Salute Mentale Adulti della Asl 6 di partecipare ad attività finalizzate allo sviluppo del loro potenziale creativo, orientando la loro produzione artistica verso una più ampia visibilità per un riscontro anche critico, a garantire una costante apertura e rinnovamento dell’atelier stesso e dei loro fruitori. L’Atelier Blu Cammello è stato avviato, a fianco di Ivana Bianco, da Riccardo Bargellini che ci ha raccontato «ABC fa stabilmente parte da alcuni anni di un network europeo di Art Brut, tramite progetti artistici che coinvolgono altre realtà simili. Ne è un esempio l’avvincente esperimento di contaminazione “Match de Catch“, realizzato con il CEC la Hesse di Vielsalm in Belgio, culminato nella produzione di opere da parte di Gianni Pacinotti (Gipi), Ursula Ferrara, Riccardo Bargellini, i fumettisti Dominique Goblet, Thierry Van Hasselt, Oliver Deprez e Vincent Fortemps, del collettivo Frémok, tra gli altri, che hanno partecipato insieme ad altrettanti artisti outsider a una residenza di due settimane basata sul lavoro congiunto artista/artista outsider.

 Significativa la mostra nel 2013 “Banditi dell’arte” a cura di Gustavo Giacosa e Martine Lusardy, presso il prestigioso Museo Halle Saint Pierre di Parigi. L’Halle Saint Pierre presentò una panoramica interamente dedicata all’Art Brut italiana con l’esposizione delle opere di cinquanta artisti storici e contemporanei tra i quali tre artisti dell’Atelier Blu Cammello presenti con un totale di 53 opere. Il mio interesse per Jean Dubuffet viene dagli anni della mia giovinezza: da quando ebbi l’occasione di vedere per la prima volta le sue opere, sono sempre rimasto legato alla sua figura di artista e di teorico dell’Art Brut. Suscitò in me una forte impressione e curiosità, che mi spinse ad approfondire quella parte di “arte clandestina” fatta da artisti non “ufficiali” che avevano però influenzato e qualche volta anticipato senza volerlo i generi dell’arte contemporanea. Scoprii così un mondo di artisti sconosciuti ai più, ma di grande potenza espressiva e soprattutto di qualcosa che l’arte ufficiale non mi aveva mai mostrato, autori che avevano realizzato le loro opere non per un pubblico ma per una loro esigenza personale, una forma di comunicazione che non necessariamente esigeva un destinatario. L’art brut ha questa definizione generica ma in realtà è una forma d’arte inafferrabile, non catalogabile: non segue le mode, né si ispira a movimenti artistici o maestri del passato, con una totale indifferenza all’approvazione dell’altro».

Parliamo delle Serate illuminate e del parco di arte contemporanea, il Pac 180, che circonda il vostro centro.
tiger«Le “Serate illuminate” sono nate dal desiderio di aprire la struttura all’esterno -racconta Ivana Bianco- di renderla attraversabile dalla cittadinanza. I pazienti in quelle sere si comportano come gli ospiti di casa. Lo scorso anno il buffet che offriamo ai visitatori è stato preparato negli appartamenti del nostro centro. Per ora ci sono state 18 edizioni; inizialmente invitavamo le “star locali”, con il tempo è nata una collaborazione molto fruttuosa con gli artisti del premio Ciampi che suonano nelle serate illuminate. Sono serate che funzionano molto bene, sia per i pazienti che partecipano con entusiasmo sia per la cittadinanza. Vengono in molti, ogni sera visitatori diversi. Nella settimana che precede l’evento ospitiamo nella struttura alcuni artisti che vivono con noi e creano opere d’arte nel parco che circonda l’edificio. In queste occasioni il Pac 180, il parco di arte contemporanea qui intorno, cambia e si arricchisce. Mantenere l’ambiente in cui si vive bello, creativo e aperto è terapeutico, combatte la natura distruttiva della malattia. Cerchiamo, inoltre, in ogni edizione di produrre qualche opera significativa. Durante l’ultima edizione delle Serate Illuminate 10 artisti locali hanno presentato in anteprima live “A tribute to Scotty Pone’s Fiumicino”, cantautore immaginario del progetto”The Lp Collection” curato da Patrick Claudet e Laurent Schlittler; Falca Milioni e Le Figure, Filarmonica Municipale La Crisi, Camilla Furetta e molti altri si sono cimentati nell’interpretazione di dieci brani, che dal mese di febbraio sono disponibili in un 33 giri. L’anno ancora prima abbiamo pubblicato “Il bambino mammitico”, un libro autobiografico di un nostro paziente. La prossima edizione di “Serate Illuminate” avrà come tema la presentazione di un libro scritto dall’autrice spagnola Veronica Nieto dal titolo “La cameriera di Artaud” pubblicato da Valigie Rosse e vorremmo anche pubblicare un CD con otto canzoni inedite ispirate a scrittori e poeti con un vissuto manicomiale».

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