A Genova nel 2001 fu tortura.

Federico Bernini 8 aprile 2015 0
la scuola Diaz la mattina del 22 luglio 2001 a Genova. (GERARD JULIEN)

la scuola Diaz la mattina del 22 luglio 2001 a Genova. (GERARD JULIEN)

Lo ha stabilito la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che apre con questa affermazione il comunicato della sentenza: Il diritto penale italiano risulta inadeguato e privo di disincentivi per prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell’ordine.

Questo il quadro e il dato nel quale molti giornali e opinionisti, e anche la nostra redazione, stanno commentando la sentenza pronunciata dalla Corte di Strasburgo dopo il ricorso di Arnaldo Cestaro, classe 1939, una delle persone presenti alla scuola Diaz di Genova la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001.

Quello che accadde alle decine di persone, che quella notte dormivano nella scuola Diaz durante i giorni del G8, fu di una gravità assoluta, il comportamento delle forze dell’ordine, per voce della Corte Europe dei Diritti dell’Uomo, è assimilabile a quello della tortura. Si evidenzia nella sentenza, unanimamente da parte di tutti i giudici, la violazione dell’Art. 3, Proibizione della Tortura, della Convenzione Europea dei Diritti Umani: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani  o degradanti“.

Quindi secondo la Corte Europea quello che accadde fu tortura, tanto che il ricorso di Arnaldo Cestaro è stato accolto e lo Stato Italiano dovrà risarcire l’uomo di 45 mila euro per i danni subiti.

Per chi in quei giorni di luglio del 2001 era a Genova non sarà difficile ricordare la violenza e i soprusi a danno dei manifestanti ma questa sentenza a mio avviso apre un doppio scenario che tira in ballo la nostra capacità come nazione e come popolo di fare i conti con il proprio recente passato e la capacità di credibilità e affidabilità delle stesse istituzioni.

Partiamo da quest’ultima: la sentenza oltre al reato di tortura evidenzia con una certa gravità la presenza di un quadro normativo italiano inadeguato a prevenire il ripetersi di certi atti di violenze e di arbitrio da parte delle forze dell’ordine. Questo inciso apre di fatto una frattura tra il cittadino e il suo rapporto fiduciario con le istituzioni. Come ogni volta che lo Stato, ma soprattutto i suoi rappresentanti, diventano complici di corruzioni, illegalità, soprusi e abusi come purtroppo le recenti cronache italiane ci dimostrano, la ferita tra cittadini e Stato si apre sempre di più venendo meno quel rapporto importante, testimone di una democrazia avanzata, che dovrebbe basarsi sulla fiducia e sulla credibilità nelle Istituzioni tutte.

Purtroppo la sentenza della Corte Europea apre un’altra ferita e seppure sono importanti le dichiarazioni di Emanuele Fiano, capogruppo Commissione Affari Costituzionali della Camera e membro della segreteria nazionale del Partito Democratico, che si è fatto promotore dell’introduzione del reato di tortura nella giurisprudenza italiana, è altrettanto vero che si arriva sempre dopo che il danno o la sua sottolineatura sono stati fatti. Meglio tardi che mai, recita il proverbio, ma forse la nuova classe dirigente politica di questo paese deve assumersi il compito non solo di gestire conflitti interni ai propri partiti ma di occuparsi in anticipo di quei problemi di carattere generale e che però rendono una democrazia un sistema evoluto, credibile e capace di gestire le complessità.

Il secondo scenario, che più che altro è un refrain che ormai dura da anni, riguarda la nostra incapacità come popolo di sedimentare nella nostra coscienza e memoria collettiva il passato recente. Lo è stato e continua ad esserlo con il primo dopoguerra, con le vicende legate al terrorismo politico degli anni ’70, con tangentopoli, con i fatti di Genova del 2001.

Questa sentenza non solo ha il merito di fare giustizia, anche se i colpevoli non pagheranno perché per molti è entrata in vigore la prescrizione, ma svolge una funzione educativa che evidenzia una certa generale e diffusa inadeguatezza del nostro sistema istituzionale e giuridico. Insomma verrebbe da chiedersi questo: ma serviva la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per dire che quello che subirono decine di cittadini italiani e non nella scuola Diaz a Genova nel 2001 fu tortura e violenza inaudita e ingiustificata?

Perché, mi chiedo da cittadino, il nostro Stato non è stato capace di arrivare alla stessa conclusione in tempi rapidi e certi?

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