“La zuppa del demonio” di Davide Ferrario: la nostra recensione

Silvia Trovato 9 aprile 2015 1

La zuppa del demonio è un ribollire di acciaio, di energie magmatiche e artigiane, fucine di materia e materiali; la zuppa del demonio è la pozione magnifica e infernale, diabolica e trascinante che fa entrare l’uomo nella modernità. “La zuppa del demonio” è un documentario di Davide Ferrario, proiettato come secondo appuntamento della rassegna “Il Cinema è vivo”; utilizzando i materiali dell’archivio nazionale del cinema d’impresa e del centro sperimentale di cinematografia di Ivrea, Ferrario ha ricostruito le principali tappe dell’industrializzazione italiana.“La zuppa del diavolo”, candidato al Nastro d’argento 2015 come miglior documentario sul cinema del reale è stato presentato fuori concorso alla 71a Mostra del cinema di Venezia; il titolo deriva dal termine coniato da Dino Buzzati nel commentare “Il pianeta d’acciaio”, documentario del 1964, che descriveva la lavorazione nell’altoforno.
Lo sviluppo industriale del XX secolo si apre con gli ulivi sradicati nel Salento per fare posto all’Italsider, diventata poi la velenosa Ilva. Comincia con i millenari ulivi sradicati e con il contadino divenuto metalmeccanico, quello che il giornalista Walter Tobagi definì inventando un neologismo, “il metalmezzadro”, che dice “Questa è una bella cosa per noi; ieri non c’era niente oggi c’è un’acciaieria”. Taranto è la seconda città della Puglia per popolazione, da oltre mezzo secolo la città più industrializzata dell’Italia merididionale e da una decina d’anni la più inquinata dell’Europa occidentale. Celebre per la sua base navale costruita a fine Ottocento, Taranto lo è ancora di più per le grandi industrie nate mezzo secolo fa; la raffineria Shell oggi dell’Eni, il cementificio Cementir venduto nel ’92 al gruppo Caltagirone. Il centro siderurgico impiantato dallo stato italiano tra gli anni ’60 e ’70 è stato acquistato da Emilio Riva nel ’95. L’Italsider dall’88 si chiama Ilva. Il sociologo Nino Aurora accompagnò Walter Tobagi nella sua inchiesta a Taranto nel settembre del 1979. L’inviato del «Corriere della Sera» scrisse un articolo a metà tra inchiesta e reportage sull’industrializzazione a Taranto. Per la prima volta un giornalista faceva uscire il termine metalmezzadro dai testi di studio innestandolo sul corpo vivo della società meridionale e spiegandolo al resto del Paese. Walter Tobagi parlando con Aurora osservò profondamente la figura di questi operai meridionali dell’Italsider, delle nuove creature della storia industriale del Paese. “Chi sono questi lavoratori?” chiese al giovane sociologo Aurora e lui rispose che erano sospesi tra due mondi, tra quello della mezzadria e quello metalmeccanico. A Taranto si respirava questa fiducia nel possente impianto siderurgico, la zuppa del demonio sradica ulivi, era una speranza di benessere, di produzione magniloquente, di una vita migliore, prosperità. “Viviamo, dicevano gli operai, tra roccia e terra; i frutti bisogna sudarseli col lavoro nei campi”, raccontava Aurora.
Il documentario di Davide Ferrario racconta dell’idea del progresso, dell’industrializzazione e delle sue conseguenze, del lavoro e dell’orgoglio della produzione, degli ingranaggi e delle tute blu, dei capannoni pieni di speranze e poi svuotati, della produzione in serie, dell’accumulo di materie, materiali, della scomparsa delle lucciole pasoliniane. Le immagini scorrono nel tempo, vediamo gli operai di Mirafiori che escono compatti all’ora di pranzo agli inizi del Novecento, la propaganda fascista e l’esaltazione futurista dell’incudine, del sogno di acciaio, passando per gli sguardi di intellettuali, scrittori, poeti, che cadenzano il ritmo di questa immersione nel progresso che ci fa interrogare molto, sulle promesse della zuppa del demonio. C’è un racconto sospeso tra la nostalgia della fabbrica che ha vita, che ribolle con i suoi ingranaggi, con un cuore di ferro che pulsa, che crea, feconda. “E guardatevi dall’intentare dei processi al Progresso, sia pure impostore, perfido, assassino, ladro, incendiario. Il Progresso ha sempre ragione.” tuonava il futurista Marinetti. È il progresso con la sua analisi produttiva, umana, sociale al centro di ogni fotogramma. Ci sono le scene commoventi degli operai che arrivati da ogni sperduto angolo d’Italia costruivano dighe e linee elettriche in immagini che raccontano di imprese titaniche che sono un tributo al lavoro e ai lavoratori. Il contrappunto nelle parole degli intellettuali che fotografano il dogma di questo progresso, dalle parole di Marinetti a quelle dell’irriverente, anarchico, Luciano Bianciardi che nella sua “Vita Agra” raccontava della Milano che produce, che succhia lavoro, progresso e disperazione e che ti lancia come un osso spolpato, per trovare un’altra vittima, in un sacrificio umano continuo che però rimane pieno di speranza, in quella fusione tra la voglia di buttare tutto giù con una bomba e il desiderio di essere riconosciuti con il proprio lavoro, la propria arte, la sensibilità “Qui continua il miracolo, dicono; tutti si comprano l’automobile, qualcuno anche il panfilo, e di tutto il resto se ne fregano. Ma non sono contenti: sono sempre incazzati.” e ancora “Qui c’è un vantaggio: che ti danno un lavoro e ti pagano. Per il resto non è una città, non è un paese, non è niente. È solo una gran macchina caotica, senza cielo sopra e senza anima dentro. Andrebbe minata. Eppure tutti si ostinano a dire che è il cuore d’Italia”.Luciano Bianciardi: “Lettera a M. Terrosi”, 1961.
Il progresso ha ucciso le lucciole: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.Pier Paolo Pasolini, “Scritti corsari”, 1975 .
L’orgoglio della produzione, di fare parte di una macchina che produce, con un lavoro che dà dignità, un lavoro che fabbrica, che crea quello che prima non c’è, che riempie il passaggio dall’idea alla materia: “Amici, non scherzo, noi amavamo Bagnoli. Perché rappresentava mille cose insieme ma, prima di tutto, perché incarnava ai nostri occhi una salutare contro-cartolina della città. Una contro-cartolina che trasformava in alacrità l’indolenza, in precisione l’approssimazione, in razionalità l’irragionevolezza, in ordine il caos, in rigore la rilassatezza. L’amavamo perché introduceva in una città inquinata – la Napoli della guerra fredda, dell’abusivismo selvaggio, del contrabbando – valori inusuali: la solidarietà, l’orgoglio di chi si guadagna la vita esponendo ogni giorno il proprio torace alle temperature dell’altoforno; l’etica del lavoro, il senso della legalità.. Credevamo in qualcosa, credevamo nella fabbrica.Ermanno Rea: “La dismissione”, 2002

Il viaggio si conclude affidandosi alle parole di Giorgio Bocca che fotografa la complessità sfaccettata di questo mutamento, di questa spinta che nutriva di speranze in quello che era pur sempre un miracolo all’italiana, cioè contraddittorio, incompleto, sospeso, dispersivo ma sempre creativo, sempre immaginifico, nel confine tra reale e surreale: “Tutte le cose che adesso ci appaiono orrende, allora ci sembravano bellissime: il Natale della Rinascente, l’ingorgo, i pacchi dei regali, il panettone Motta, il consumismo dirompente. Godevamo, con pochissima ironia e molto compiacimento, di queste luci che si accendono e si spengono. C’era una specie di patriottismo del miracolo … Chi non ha visto la Milano di quegli anni non può capire la fuga a occhi chiusi verso il benessere e le radici della crisi economica e morale di oggi. Fingevamo di essere moderni, mentre avevamo alle spalle dei serbatoi immensi di manodopera sottopagata e le campagne abbandonate … Ci lasciammo trascinare dalle speranze? Guardammo l’Italia con occhi troppo rosei? Probabilmente sì, probabilmente la nostra infatuazione neocapitalistica fu ingenua. Ma quel periodo dell’inizio degli anni Sessanta fu veramente particolare, felice. Era un miracolo all’italiana, ma un po’ miracolo era.Giorgio Bocca: “Miracolo all’italiana”, Nuova edizione, 1980.
Il film si conclude con le immagini degli archivisti di Ivrea, dentro gli ex spazi dell’Olivetti, che depositano le bobine dei filmati industriali, come in un laboratorio scientifico, in cui si studiano i dettagli nascosti delle cose, le alchimie preziose, prima che vadano perdute, che si sgretolino come le memorie collettive dimenticate. Il verde del giardino esterno dove giocano i bambini fa riemergere nella mente le immagini della fabbrica di Olivetti, ora, in epoca di delocalizzazione, isolamento, solitudine, regressione. Ora che per ricostruire le parti di questo progresso volgiamo lo sguardo alle società operaie di mutuo soccorso dell’Ottocento, i lavoratori licenziati, deprivati, isolati, immaginano di “rivoluzionare lavoro e produzione, inventando, reinventando” come ci hanno detto alla Ri-Maflow, la fabbrica occupata e autogestita che abbiamo visitato e di cui vi stiamo raccontando la storia su Radio Cage.
Il prossimo appuntamento con la rassegna cinematografica “Il cinema è vivo” è stasera alle 21.30 presso il Centro Artistico Il Grattacielo con “The Repairman” di Paolo Mitton; sarà presente il cast.

Un commento »

  1. Nino Aurora 8 luglio 2016 alle 17:58 - Reply

    complimenti per la bella ed interessante recen-sione sull’industrializzazione a Taranto nel documentario “La zuppa del demonio”. Mi occu-po ancora di questa città disastrata, lavorando su ceti e classi sociali nella realtà jonica per capire e far comprendere quando e come nasce lo “sfascio” di questa bellissima e “sfortunata”

    città. Nino Aurora

Lascia un commento »