Bobo Rondelli al The Cage Theatre: la nostra recensione

Silvia Trovato 13 aprile 2015 0

Di Gabriele Baroni

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Sono le 22.00 circa e al botteghino del The Cage c’è un cartello bianco con una scritta nera: Sold-out. Al suo interno il “teatrino” è quasi pieno, giusto il tempo di sistemare le mie cose e finisco per inciampare nelle note musicali di Lucio Corsi. Il giovane cantautore maremmano cattura subito la mia attenzione con i suoi testi a dir poco surreali che mi portano in un mondo popolato da alieni, dinosauri, stravaganti personaggi e mostri di campagna. Appena due Ep all’attivo: Vetulonia Dakar e Altalena Boy, nel primo è protagonista la campagna maremmana con tutti gli animali fantastici che la popolano, mentre nel secondo si narra la leggenda di Altalena Boy, un ragazzino che dopo un giro della morte su un’altalena sparisce chissà dove. Il pubblico applaude, Lucio Corsi saluta con l’ ultima canzone, una canzone popolare maremmana.

Ma questa è soprattutto la sera del concerto di Bobo Rondelli e del suo nuovo disco: Come i carnevali. Dieci nuove canzoni composte da racconti, frammenti, sogni e fotografie. Qualcosa di simile ad un viaggio attraverso una galassia di  parole, ricordi, citazioni letterarie e cinematografiche. Accompagnato da Fabio Marchiori alle tastiere, Simone Padovani alle percussioni e Steve Lunardi al violino, Bobo Rondelli apre il concerto con un classico del suo repertorio: Il cielo è di tutti, tratto dall’album del 2009: “Per amor del cielo”. Carnevali, invece, è la prima canzone tratta dal nuovo disco, omaggio al poeta conterraneo, Emanuel Carnevali. Un omaggio che è allo stesso tempo una dichiarazione d’intenti, dove il nome di un poeta geniale e di rara sensibilità diviene, quasi per antonomasia, un modo stesso d’intendere e fare musica: “Semino parole dalla tasca bucata / Coriandoli che lasciano colori nelle strade grigie”. A questo punto siamo tutti i benvenuti sulle montagne russe sentimentali del cantautore livornese, uno dei pochi in grado di far scivolare in una profonda malinconia con i  suoi testi drammatici e poetici e poi risollevare la vita fino a farla danzare nell’aria con pezzi scatenati e frasi spensierate. Si passa così dai disperati intellettuali ubriaconi contenuti nella canzone I Vitelloni, alla nuovissima Cielo e terra fino a Dal balcone, Ho picchiato la testa, Il calore di un abbraccio e Autorizza papà che probabilmente è il brano più rock’n’roll e strampalato del nuovo disco. Immancabile il consueto divagare tra una canzone e l’altra, riflessioni a voce alta, poesie fulminee oppure battute irresistibili. Bobo Rondelli sembra non volersi porre limiti, sempre alla perpetua ricerca di complicità con il suo pubblico per poi spingersi oltre, come volesse  trascinarlo con sé sul palco, magari utilizzando la voce di qualche personaggio leggendario come Mastroianni e Tom Waits o attraverso improvvise cover di canzoni italiane e straniere. Si prosegue con altre storie di ordinaria quotidianità, canzoni nate dentro qualche osteria dove a fine serata è lecito far tornare a galla la tentazione di sognare, Qualche volta sogno. Sul finale Bobo Rondelli tira fuori la perla, quella che a mio parere è la canzone capolavoro di questo disco. La canzone da mettere subito tra le preferite di tutto il suo repertorio: Nara F. Canzone dall’atmosfera più distesa in omaggio all’amore materno. Tra il pubblico c’è chi si commuove, alcuni occhi si fanno via via sempre più rossi e la sensazione generale è quella di avere fermo in gola il celebre ovosodo che non va né in su né in giù. Una sensazione che tuttavia ha i minuti contati, con un salto si torna a sorridere e a ballare di nuovo, perché queste sono le montagne russe sentimentali in cui ci trascina, ogni volta, Bobo Rondelli.

Come i carnevali, appunto, una vita tra l’irresistibile e vivace festa in maschera e quei coriandoli seminati dalla tasca bucata…

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