Lo Stato Sociale al The Cage Theatre: la nostra recensione

Silvia Trovato 13 aprile 2015 1

Di Rosa Caramassi

Foto di Sebastiano Bongi Toma

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Al centro del palco una sagoma di Nicolas Cage.
Sono i Magellano (trio, anzi nel caso di ieri sera duo, genovese) ad aprire il concerto a Lo Stato Sociale.
Il The Cage non è ancora al completo ma comunque i due genovesi godono dell’ascolto di almeno 3/4 del pubblico che avrà il quintetto bolognese.
Alberto “Pernazza” Argentesi e Filippo “Filoq” Quaglia si presentano sul palco con due felpe di pelliccia (sintetica, tranquilli animalisti!) con tanto di cappuccio con orecchie da orso. Un po’ grazie ai frequenti “Miley Cirus vaffanculo”, un po’ per i fischietti distribuiti al pubblico per tenere il tempo di “Calci in culo”, un po’ perché Alberto Argentesi è un pazzo, i due conquistano facilmente l’attenzione del pubblico. Purtroppo però si riesce a capire poco di ciò che dicono e l’audio è pessimo. A livello tecnico ne hanno molta di strada, ma sicuramente con cinque o sei canzoni sono riusciti a scaldare gli animi al punto giusto.
Cambio Palco.
Lodovico “Lodo” Guenzi, Alberto “Albi” Cazzola, Francesco “Checco” Draicchio, Alberto “Bebo” Guidetti, Enrico “Carrots” Roberto: Lo Stato Sociale.
Senza tanti discorsi, anzi nessuno, si parte subito con “La rivoluzione non passerà in tv” (della quale è uscito il nuovo video 6 giorni fa).
Il teatrino è pieno e il pogo c’è ma è sostenibile, anche se non sarebbe d’accordo con me la signora che avevo davanti, che a metà concerto se ne è andata molto scocciata. Converrete, però, con me che la regola non scritta di posizionarsi nelle ultime file se non si vuole essere toccati ad un concerto, sia sacra.
Il gruppo bolognese tira fuori altri suoi cavalli di battaglia come “Piccoli incendiari crescono”, “Quello che le donne dicono”, “Senza macchine che vadano a fuoco”, “Ladro di cuori col bruco” e così via. Dall’ultima volta che li ho sentiti (Scandicci, Luglio 2014) sono cresciuti molto tecnicamente: il suono è chiaro e pulito, Lodo è dimagrito (e “i commenti sul baffo” non li faccio!) e sul palco si vede che c’è una grande amicizia e un gran divertimento.
Nella mia “cultura” musicale ci sono cose ben lontane da Lo stato Sociale, eppure ieri sera pure una barbosa come me è riuscita a divertirsi e apprezzare il concerto. Ho sempre rimproverato ai bolognesi prediletti dalla Garrincha dischi (etichetta discografica del gruppo) di essere un gruppo un po’ troppo superficiale, sia nel perenne atteggiamento del “ma noi non facciamo sul serio, quindi possiamo fare cosa ci pare”, sia nelle continue semplificazioni un po’ cattura-pubblico (“Mi sono rotto il cazzo” di tutto, che somiglia un po’ ai soliti “vaffa” gridati da chi conosciamo bene), sia tecnicamente.

Ieri sera, però, ci siamo venuti un po’ incontro: io ho pensato che la leggerezza sia molto piacevole e che sia bello prendere un bel respiro ogni tanto (“che la leggerezza non è superficialità” come diceva Calvino), e Lodo verso la fine del concerto ha provato a raccontarci di cosa ha significato per la sua generazione ciò che è successo a Genova nel 2001.
Avete notato che ho scritto “ha provato”? Mica l’ho scritto per caso. Da quando Lodo ha iniziato a parlare, dal pubblico si sono sollevate frasi come: “Devo andare in bagno!”, “Dateci l’acqua!”, “Dateci un’altra acqua!” (e no, Lo Stato Sociale non è un bar), “Sòna”, “Devo andare in bagno” (qualcuno evidentemente soffre di incontinenza), il tutto condito da un brusio incessante. Il chitarrista del gruppo, fortunatamente, ha più pazienza di me ed è andato avanti nel suo racconto senza curarsi degli interventi poco opportuni durante un discorso così serio. Si tratta di un pubblico molto eterogeneo, vario, intergenerazionale. Ovviamente, quando in “Sono così indie” viene offeso Marchionne, sono tutti molto fogati, urlano e fischiano, così come alla fine del racconto sul G8 del 2001 tutti applaudono e gridano “Bravo Lodo!”.
Purtroppo l’impressione è proprio quella di un pubblico maleducato e ignorante, presente solo ed esclusivamente per fare cori da stadio, poco opportuni quando si tratta argomenti così delicati come Genova 2001, e cantare le canzoni più conosciute (niente di grave, mica tutti devono essere fan ossessionati, sarebbe stato gradito però il silenzio durante l’unico discorso tenuto dalla band).
È bella la leggerezza, è ancora più bella quando prima c’è stata la tristezza, l’amarezza, un pensiero molto profondo e cosciente. Non è bella quando è eccessiva e continua, quando non viene mai interrotta, perché diventa superficialità.

Un commento »

  1. Piero 13 aprile 2015 alle 15:56 - Reply

    Cosa aspettarsi dal pubblico italiano? Esattamente ciò che è stato descritto; È SEMPRE COSÌ IN ITALIA.

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