Festival Internazionale del Giornalismo 2015: “Il cineasta e il labirinto” di Roberto Andò. Live report

Rosanna Harper 12 maggio 2015 0

rosi al postmodernissimo

di Rosanna Harper (Ringrazio fortemente il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma per il contributo, per il dvd “Il cineasta e il labirinto” e libretto annesso)

Sguardo lucido e attento, accompagnato dai tipici occhiali rotondi, con lenti scure, dettagli che incorniciano perfettamente il volto, rendendolo unico, pieno di dettagli e sfumature da intercettare. Aria che trasmette una pacata e sobria severità, probabilmente originaria di quel perfezionismo che appartiene a coloro che hanno, o hanno avuto, la fortuna di svolgere il mestiere del regista, ma che viene subito tradita da un modo di fare schietto e ironico, sicuramente sincero, pieno di dignità e passione. (Mi) Appare così Francesco Rosi, regista napoletano, scomparso a gennaio di quest’anno, protagonista del cinema italiano, un cinema di inchiesta e di narrazione, di descrizione e di memoria, di impegno e di cronaca, dal racconto della sua vita racchiusa all’interno di un emozionante, quanto formativo, documentario dal titolo “Il cineasta e il labirinto” girato nel 2002 dal regista Roberto Andò, uno dei più stretti collaboratori di Francesco Rosi, e proiettato nella sala del cinema PostModernissimo di Perugia durante i giorni del Festival Internazionale del Giornalismo 2015. La proiezione, avvenuta nel penultimo giorno del festival, quella di sabato 18, è stata promosso appunto dal Festival del Giornalismo in collaborazione con PerSo, Perugia Social Film Festival, un festival internazionale di cinema del reale a tematica sociale. Nel documentario, circa 50 minuti, è lo stesso Francesco Rosi a raccontare – nello spazio intimo del suo studio, arricchito dalle fotografie della famiglia, delle figlie e della moglie –  supportato da ricordi, immagini e fotografie, da frammenti intensi dei suoi lavori, ma anche dalle testimonianze di colleghi, la sua vita, privata e lavorativa, ripercorrendo le tappe, forse le più significative, della sua carriera artistica. Un prezioso regalo di Roberto Andò, una testimonianza da trasmettere, una esperienza formativa da tramandare.

Postmodernissimo1L’incontro con Francesco Rosi, nel buio della sala gremita del PostModernissimo, si apre con il regista napoletano intento a mostrare le fotografie in bianco e nero della su famiglia: c’è la mamma, ci sono i nonni, e poi il padre, un artista mancato da cui probabilmente Rosi ha sviluppato la passione e l’ardore per l’arte: <Ha fatto male – dice Rosi, parlando del padre, a non seguire la sua strada, l’ho portata avanti io>. Fu proprio una fotografia del padre a far nascere l’idea di una sequenza di Uomini Contro (1970) che in Italia non uscì mai perché, come spiegato da Francesco Rosi nel documentario, ha “attirato gli odi di certi finti patrioti che non volevano vedere l’immagine della guerra sottratta alla sua retorica falsa … Il film mostra la crudeltà della guerra, le sofferenze umane, la divisione in classi sociali”. Quella di Rosi è una famiglia piccolo borghese napoletana, di artigiani e commercianti: Rosi ricorda i mesi passati al mare insieme ai suoi amici, mentre le immagini in bianco e nero, di lui quando era piccolo, scorrono sullo schermo: <Questo – dice Rosi, riferendosi alle vacanze al mare – significava essere privilegiato, appartenere ad un certo tipo di classe borghese>. Una appartenenza che si mischia ad una attrazione, prepotente e forte, per la città antica e popolare che, dice Rosi, <ho riversato nei miei film>. Intanto scorrono le immagini del film “La Sfida” del 1958, che mostra il mondo della camorra. <Ho cercato di far emergere tutti gli aspetti diversi della società napoletana, e ho cercato di riprenderla con “Le mani sulla città” che riguarda il rapporto del cittadino con il potere politico corrotto, con il potere economico e con quello mafioso> – dice Rosi, mentre scorrono proprio le immagini di “Le mani sulla città” (1963). Rosi parla della sua città, di Napoli, dell’esperienza di ricostruzione della città, dopo la guerra, dal punto di vista materiale e morale, e culturale, conferendole un ritratto che la innalza da tutti i luoghi comuni, e le verità, di cui talvolta è vittima. Rosi racconta della lontananza da Napoli, e del ritorno avvenuto in città nel 1944, della successiva rottura con il capoluogo partenopeo. Poi, racconta della prima esperienza lavorativa, avvenuta con uno dei maestri del cinema italiano, Luchino Visconti, del tentativo di entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia con un saggio elaborato da una sceneggiatura dei Malavoglia di Verga: coincidenza volle che Visconti stava lavorando alla “Terra Trema” (1948), ispirato proprio al capolavoro “I Malavoglia”, cosicché Francesco Rosi divenne il suo assistente.

<Noi – racconta Rosi – venivamo da Rossellini, da Visconti e da De Sica: i primi che hanno voluto fare cinema per partecipare a questo grande movimento che c’è stato in Italia di ricostruzione di un paese che era stato distrutto dalla guerra. C’è stato lo spirito della Resistenza … una resistenza che in Italia è stata unitaria: è necessario rivendicare questo movimento dal quale il paese è rinato>. Poi, aggiunge: <Rossellini, De Sica e Visconti ci hanno passato questa esigenza di partecipare, facendo diventare il cinema uno strumento politico e soprattutto sociale … attraverso questi film si vede l’Italia, la speranza e i dolori, le sconfitte e i dolori di un popolo>. Sullo schermo del PostModernissimo scorrono le immagini di “Cristo si è fermato ad Eboli” (1979), mentre Francesco Rosi parla di una Italia messa a dura prova da tutte e le diverse forme di criminalità organizzata che la intaccano, mentre passano le immagini di “Lucky Luciano” (1973), con una meravigliosa e intensa interpretazione di Gian Maria Volontè. <Il cinema di Rosi è unico – parla il regista americano Martin Scorsese – nell’essere politico e lirico al tempo stesso. Per Rosi la politica è onnipresente nella vita e assume forme diverse, crea personaggi reali e non stereotipati, che servono a spiegare realtà storiche come quella del fascismo, il dopoguerra, l’emigrazione, il grande sviluppo>. <Con il suo linguaggio – ha aggiunto Scorsese – Rosi ha aggiornato la tradizione del realismo italiano, con momenti poetici ottenuti con grande rigore>. Scorrono le immagini di “Il caso Mattei” (1972) e le parole di Tonino Guerra: <Franco è uno che gioca in un labirinto forte che contiene già delle verità>.

Passano frammenti di “Dimenticare Palermo” (1990) e la scena forte, drammatica, realistica della morte del protagonista in “Salvatore Giuliano” (1962): <Salvatore Giuliano – spiega Scorsese – ha contato molto per me, per il senso fotografico delle immagini, per la struttura del racconto che rivela un taglio chiaro e nitido: è stato fonte di ispirazione per “Taxi Driver” e per “Toro Scatenato”>. Dallo studio di Rosi, le immagini del documentario si spostano nei luoghi aridi e brulli di Portella della Ginestra (Sicilia). Siamo nel 2001, Rosi si trova negli spazi di quella che lui definisce: <La prima strage politica italiana: il primo maggio del 1947, la banda di Salvatore Giuliano uccise 11 contadini e ne ferì 33. Gente pacifica che voleva festeggiare la festa del lavoro, una strage di cui non si conoscono ancora i mandanti>. Intanto, sullo schermo, si aprono le immagini della ricostruzione della scena: le persone in piazza, i cavalli, le bandiere bianche con la falce e il martello impresse, e poi il rumore forte e impetuoso degli spari, quelle stesse persone che cadono a terra, la distruzione. Rosi racconta un aneddoto legato alla realizzazione di “Salvatore Giuliano”: <Ci sono scene che sono state scritte dalla gente: la scena in cui le donne vanno a liberare gli uomini non era scritta nella sceneggiatura. Le donne di Montelepre del 1960 non volevano girare, non era pensabile che le donne stessero davanti alla cinepresa. Allora mi sono detto: “lo chiederò alle donne di vita di Palermo di girare questa scena”. Quando le donne di Montelepre hanno visto le prostitute di Palermo venire a girare la scena, sono letteralmente schizzate fuori dalle case per venirmi a dire: “Loro sono le donne di Montelepre? Siamo noi le donne di Montelepre”. Così ho mischiato le donne di Montelepre con quelle di Palermo>.

Scorrono le immagini di Rosi sul set, che mettono in rilievo il rapporto del regista con il cast, con i collaboratori, il suo essere presente in maniera fisica e sanguigna. E ancora le immagini di “La Tregua” (1997), un film che, come dice Rosi, vuole raccontare il dono del ritorno alla vita, il voler ricordare, la minaccia del voler cancellare la dignità dell’uomo. Poi il ricordo nostalgico  dell’amico Gian Maria Volontè: <Ogni volta che penso ad un film – ha detto Rosi quasi commosso – penso a Volontè: mi manca moltissimo. Volontè è il massimo del professionismo, grandissimo attore, geniale: un attore creatore>. E poi, ancora, le immagini di “Cronaca di una morte annunciata” (1987) e quelle di “Cadaveri Eccellenti” (1976) per cui Rosi ricorda un altro amico, Leonardo Sciascia. <Ho scelto – spiega Rosi – il libro “Il Contesto” per portarlo sullo schermo. Un libro scritto quasi come avvertimento al Partito Comunista, nel rischio di non mantenere l’autorità morale e il potere di intervento che ci vuole nei compromessi politici, il compromesso storico>.

Rosi si trova sempre in terra siciliana, a Palermo, e più precisamente al Palazzo di Giustizia: parla di mafia, del sacrificio degli uomini di giustizia, ricorda e recita con orgoglio le parole bellissime, così vere, di Giovanni Falcone: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Le immagini strazianti del dolore di Assuntina nella scena dello sparo di “La Sfida” (1951) aprono le riflessioni sul senso della morte: <La morte è molto presente in noi meridionali – racconta Rosi. In Sicilia è presente in maniera diversa da come è presente a Napoli: in Sicilia la morte diventa anche mitica e sembrerebbe che si faccia molta fatica a distaccarsi da un morto>. <Io penso – conclude Rosi, inquadrato da un primo piano – di non avere paura della morte … è che non mi piace esteticamente – commenta con un’amara ironia. Mi dà fastidio perché è una resa dei conti con qualcosa che non conosco, a cui non posso porre domande, perché non esistono risposte … Per il momento non mi fa paura la morte, salvo qualche raro momento di angoscia, ma  è che proprio che… non mi piace>. Il documentario volge al termine con le immagini di Carmen (1984). Poi, nuovamente Rosi, in piedi, dritto sullo schermo, con le mani giunte dietro la schiena, intento a camminare. Come in segno di una narrazione che non deve mai arrestarsi.

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