Gatti Mézzi al The Cage Theatre: recensione e intervista

Rosanna Harper 26 maggio 2015 0
Foto di Sebastiano Bongi Toma

Foto di Sebastiano Bongi Toma

di Rosanna Harper

Sulle note di Nino Rota, quelle inconfondibili di 8 e 1/2, hanno fatto ingresso, sul palco del The Cage, i Gatti Mézzi, sabato scorso, 23 maggio. Quasi due ore di inebriante e esilarante concerto, tra musica, gag in vernacolo, esternazioni schiette e irriverenti nella classica formula dialettale, durante il quale i due gatti, Francesco e Tommaso, hanno celebrato il loro decimo compleanno di attività, ripercorrendo i pezzi più celebri, provenienti dai loro cinque album.

Pubblico numeroso quello che, gradualmente, ha popolato lo spazio del teatrino di via del Vecchio Lazzeretto, partecipando con sentito coinvolgimento e rispondendo, a chiamata, ma anche su spontanea volontà, agli imput divertenti, ai fuori programma dei Gatti Mézzi, che si sono esibiti in quartetto, accompagnati da percussioni e contrabbasso. Il pezzo, il primo, ad aprire il concerto del duo pisano è stato “Lacrima Meccanica”, al quale ha fatto seguito, in seconda battuta, “La borsa delle donne”: una dimensione, la borsa delle donne, contenitore sconosciuto e senza fondo all’universo maschile, verso il quale i Gatti hanno rivelato di provare un certo e misterioso fascino. Il pubblico si accende, dopo un inizio già piuttosto caldo, con le note, lievi e allo stesso tempo incalzanti, di “Portami a pescare”, al cui ritornello, il pubblico replica simultaneamente: “e allora portami a pescare, portami a pescare, portami sur mare, che su’monti un ci sto più. Ti prego portami a vedere ‘r sugherino naufragare in mezzo all’onde fra la stiuma verde e blu”. Il live prosegue, tra i fischi sonori di Tommaso, le note swing dalla chitarra di Francesco, e quelle più grevi del contrabbasso, con “Occhiaia” che dedicano – con sentite parole, alle quali, fra crisi, austerity e congiuntura, fa eco la risposta immediata del pubblico – a tutti quelli che, parole dei Gatti: “preferiscono morire di fame, che di fatiche”. Così, andando avanti, le luci si fanno più rosse, una volta spente quelle più accecanti a tinte arancio-gialle, e il duo, accompagnato da percussioni e contrabbasso, passa attraverso le sonorità onomatopeiche e fischiettate di “Delirio”, migrando successivamente verso “Tra le bodde e i biacchi”, pezzo che viene anticipato da una nuova, schietta e spassionata, dedica dei Gatti: “A tutte le fie di legno”. Il pubblico ascolta divertito, con attenzione, forse – come per me – per cercare di comprendere i destinatari del pezzo. I Gatti aprono così un trittico sonoro con cui hanno sorvolato, con la profonda ironia che li contraddistingue, tematiche “semiserie”: il primo pezzo, un gran bel pezzo, dalle sonorità dolci, e dai toni bassi, si intitola “Soltanto i tuoi baffi”, una sorta di dedica dolce, affettuosa e sdrammatizzante al padre: “a parte i calzini e i nuovi vicini, volevo parlarti di cose più serie, di quando si piange, di quando si ride, di cosa rimane fra un figlio e suo padre” – recita una strofa della canzone. La seconda, di successione nel trittico, si chiama, invece, “Morandi”, e racconta di una persona, una delle tante che si incontrano camminando per strada, o sui mezzi pubblici, che attraverso modi di fare, e gesti caratteristici, conferisce gli inconfondibili tratti folkloristici ad una città, in questo caso Pisa: “Morandi – dicono i Gatti Mezzi – perché cantava in ginocchio davanti alle studentesse, era buono ed ingenuo, una ingenuità che ci manca tanto”. Il trittico viene chiuso dalle sonorità spensierate del pianoforte in “Morirò d’incidente stradale” che, tra le altre cose, fa da colonna sonora al film “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson. Il pubblico torna a ballare, a intonare il ritornello, con “Bimbetto Scarmanato”, e ancora con “Marina”, e poi “Macchianera”, la musica si fa più intensa e ritmata con “Ir Gallaccio di Riglione”, per poi avviarsi alla conclusione passando da “Sott’Arno stasera”. Due ore scorrono in fretta, senza neanche accorgersene, e tra una risata e l’altra, con tanta voglia di partecipare al teatro musicale offerto dai Gatti Mézzi, passando dalle periferie antiche di Pisa, si arriva sotto l’ombra dei Quattro Mori con “Cacciucco Blues”: un incontro, come dicono i Gatti, tra Livorno e Pisa, che hanno voluto dedicare a: “Tutti voi, che c’avete i muggini nell’acquai”. E ancora, di ritorno sul palco, uno spazio che in realtà non hanno abbandonato mai, si aprono le note e le parole di “Furio su ‘na rota”, “Tombolo” e, infine, “La zuppa e ‘r cacciucco”. Il pubblico ringrazia, con un sentito e lungo applauso, loro fanno lo stesso, esternando gratitudine, più volte con la formula: “Grazie bimbi”.

I Gatti Mézzi sono entrati in studio, per cominciare i lavori del loro sesto album. Contatto telefonicamente, per avere qualche informazione su nuovo album e progetti futuri, ecco che cosa ha raccontato Francesco.

Che bilancio fate di questi dieci anni di attività? “I dieci anni, in realtà, li festeggeremo il 3 settembre, a Pisa, al Metarock. Un bilancio assolutamente positivo: abbiamo girato l’Italia, l’Europa, siamo arrivati anche in Canada, portando la nostra cultura, avendo l’opportunità di assaggiare le altre culture. Sono capitate tante belle cose: ci sono stati riconoscimenti, incontri con persone che stimiamo molto, come Gianmaria Testa e Vinicio Capossela, determinati nella formazione del nostro immaginario musicale”.
Qualche anticipazione sul nuovo album?Il titolo non c’è, lo dobbiamo ancora concepire. Siamo entrati in studio sabato 16 maggio: il nuovo disco dovrebbe uscire a novembre e racchiuderà 11 pezzi. Si tratta di un album che ha molto a che fare con noi, come persone. Sarà un album in italiano, il primo non in dialetto, anche se già nell’ultimo, “Vestiti Leggeri”, avevamo sorvolato qualche elemento in italiano, una lingua molto musicale. Un album in cui crediamo tanto, in cui metteremo tanto del nostro cantautorato. Il nuovo tour partirà con il lancio del disco”.
Quello al Cage, è stato un concerto sentito. Che cosa pensate del palco del teatrino? “Il Cage ha il merito di avere fatto un importantissimo lavoro di educazione all’ascolto, a suon di dire che è cosa necessaria fruire la musica. Sabato abbiamo trovato 400 persone che ci hanno ascoltato: in Italia non è cosa scontata, si sta perdendo la tendenza all’ascolto che, invece, il Cage cerca di trasmettere”.

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