“Papà mi presti i soldi che devo lavorare?”: intervista all’autrice Alessia Bottone

Silvia Trovato 26 maggio 2015 0

Sono Alessia Bottone, classe 1985. Il mio soprannome è Black & Decker perché martello di brutto fino a quando non ottengo ciò che desidero. Ho una laurea in Scienze Politiche, Istituzioni e Politiche per la Pace e i Diritti Umani, ovvero in Scienze per la Disoccupazione a Lungo Termine. Il titolo l’ho ottenuto non frequentando l’università bensì girando il mondo e presentandomi a Padova solo durante le sessioni degli esami. I banchi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che la pratica fosse meglio della teoria. Amo viaggiare e ho tentato la prima fuga a quattro anni quando ho “preso in prestito” cinquantamila lire che mio papà aveva nascosto nella credenza. Ho salutato la nonna che abitava nell’appartamento di fianco, chiedendole di lasciare detto ai miei che sarei partita per un po’, approfittando del fatto che si erano addormentati”.

Questa è l’introduzione del libro di Alessia Bottone, scrittrice, giornalista, precaria a tempo indeterminato, autrice del libro “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?”, un manuale irriverente che parla di precariato giovanile con ironia mordente, una fotografia sociale che è iperrealista pur raccontando un mondo che sembra surreale e impossibile, segnato da colloqui di lavoro paradossali e bizzarri che sono ormai all’ordine del giorno, da quanto la parola flessibilità ha contaminato i mondi del lavoro e anche dell’emozione. Un mondo in cui a un colloquio di lavoro si può essere scartati in base alla risposta a questa domanda:«Lei Dottoressa ci sembra molto determinata; e se poi non ubbidisce?». Il primo libro di Alessia, pubblicato con una piccola casa editrice, ha affrontato proprio l’argomento dell’amore precario, “Amore ai tempi dello stage. Manuale di sopravvivenza per coppie di precari”. Alessia ha poi creato un blog e un canale youtube, Danordasudparliamone, raccogliendo storie di lavoro e precarietà, e scrivendo una lettera al ministro Fornero che fu rilanciata dai media nazionali. Alessia presenterà il suo libro “Papà mi presti i soldi che devo lavorare” in un evento promosso dalla Giovanisì Factory Livorno, aperta alla cittadinanza e alle associazioni, sabato 6 giugno, ore 18, presso la libreria Feltrinelli di Livorno.

In attesa della presentazione ci siamo fatti anticipare da Alessia qualche dettaglio sulla creazione del suo libro “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?”.
«L’idea di iniziare a raccogliere le storie che poi avrebbero costituito questo libro arriva in un preciso periodo; stavo lavorando in nero, anzi, in “nerissimo”, in un ristorante e intanto inviavo curriculum ovunque. Non solo nessuno mi rispondeva ma dopo una pausa forzata a causa di un intervento chirurgico alla fine mi hanno licenziata e nello stesso momento sono arrivata terza su cento nella selezione di un master, che avrei dovuto pagare autonomamente. Ecco, in quel momento ho deciso, così di getto, di scrivere una lettera al giornale della mia città, Verona. Il giorno dopo mi sono ritrovata in prima pagina, la mia storia ha iniziato a girare l’Italia, perché è una storia condivisa dall’esercito dei precari a tempo indeterminato. Avevo parlato della precarietà affettiva e ho approfondito il filo rosso dell’imperativo alla flessibilità».

“Amore ai tempi dello stage” è il primo libro che hai pubblicato.
«Sono partita dall’affettività perché anche lì siamo dei numeri e mi pare perlomeno preoccupante; mi guardo intorno e vedo persone sole, anziani soli e giovani soli, quindi mi chiedo cosa si intenda con questa specie di libertà affettiva. Come per la precarietà lavorativa vale il comandamento del “non ci sei, c’è un altro che ti sostituisce” così è anche per l’amore, non si resiste alla diversità, ci diciamo che siamo troppo diversi, o troppo uguali, e semplicemente lasciamo scorrere, non ci soffermiamo a comprendere come trasformare. È la flessibilità professionale ed emotiva, niente si costruisce, tutto resta sospeso. Quando a qualcuno chiedi “Come stai?” gli si illuminano gli occhi, non gli sembra vero che qualcuno gli faccia quella domanda e non aspettava altro per raccontarsi, aprire un vaso di Pandora! Certo questo fa parte anche della nostra mediterraneità -io e Alessia ci appassioniamo su questo punto, su quanto sia difficile rispondere alla domanda “Come stai?”- e infatti giusto qualche giorno fa leggevo “Penelope alla guerra” di Oriana Fallaci e parlava proprio di questa cosa che stiamo discutendo io e te, nei paesi anglosassoni è una domanda che semplicemente introduce il discorso, poi non solo all’ascoltatore non gliene frega niente della tua risposta ma è quasi proibito rispondere in modo diverso rispetto a “Bene”. Io difendo strenuamente il diritto di riflettere quando si risponde alla domanda del “Come stai?”».

Il viaggio nel libro “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?” è un tema sempre presente; che sia per ricordare un percorso fatto di lavori, stage, corsi sperimentali in giro per il mondo, o che sia un costante richiamo, una sorta di vocazione.
«Il viaggio per me è prima di tutto una liberazione. Non vedo niente di male nella fuga che per me è un atto di coraggio, mentre la società ne fa un argomento tabù, il tabù numero due dopo il “Comestai?Stomale” -ride- da sempre ho avuto la passione per il viaggio. Sono partita per Barcellona in Erasmus e da lì in Irlanda, a fare la cameriera dove sono stata 14 mesi. Avevo la necessità di confrontarmi con nuove persone, nuove culture, mettermi alla prova; la mia è una città molto chiusa, introversa, da pochi anni ha iniziato ad accogliere studenti stranieri. È stata una liberazione da qualcosa che ero prima e che non ero mai stata. Il viaggio ti mescola, ti fa adattare, ti meraviglia, ti mette in difficoltà. Ho vissuto esperienze molto diverse, dal tour in furgoncino con un gruppo di musicisti in Spagna, alla comunità indigena in Costa Rica, passando per la Svizzera». Parliamo del viaggio più difficile, di quello che l’ha sorpresa più di qualunque altro, ma di questo avremo occasione di discutere nei dettagli alla presentazione del 6 giugno. «Una cosa che posso dire di aver imparato grazie al viaggio, certo sono molte ma questa in particolare mi sembrava difficile da accettare, è il diritto di non fare nulla, di godermi il tempo, di fermarmi e fare silenzio».

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