“Ossessione – Il Surplace di Maspes” della Compagnia Mayor Von Frinzius: la nostra recensione

Silvia Trovato 16 giugno 2015 0
Ossessione - Il Surplace di Maspes della compagnia Mayor Von Frinzius al Teatro Goldoni. Foto di Gianluca Palazzolo

Ossessione – Il Surplace di Maspes della compagnia Mayor Von Frinzius al Teatro Goldoni. Foto di Gianluca Palazzolo

L’ossessione della perdita, l’ossessione dell’amore, l’ossessione del sesso, del senso, dell’anima di una città; ossessione politica, sociale, costruttiva e distruttiva. Ossessione repressa, ossessione sognata, nutrita. Ossessione radicata, reticolare, ossessione onirica, fuga, attesa. Surplace. “Sono un velocista e sono fermo. Splendido ossimoro dell’esistenza!” urla forte Walter dal palco.

Ossessione – Il Surplace di Maspes” è il nuovo spettacolo teatrale della compagnia Mayor Von Frinzius, andato in scena al Goldoni il 21 maggio, con la regia di Lamberto Giannini, Aurora Fontanelli, Claudia Mazzeranghi, Francesca Vivarelli e Lucia Picchianti con le coreografie a cura dei registi e di Silvia Tampucci . Venerdì 19 giugno lo spettacolo andrà in scena in versione ridotta sul prato della Fortezza Nuova, prima dell’inizio del Trofeo della Liberazione. L’ossessione è il tema approfondito quest’anno dalla compagnia con il proprio laboratorio teatrale. Maspes era un ciclista, definito come il “re del surplace”; abile velocista, rimaneva in equilibrio in attesa, con i muscoli tesi come acciaio vivo, prima di esplodere, deflagrare, nella corsa finale che lo conduceva alla vittoria. “Attimo eterno sei di fronte a me/ Decido di sfidare la fisica rimanendo immobile in disequilibrio/ Fingo di ripartire invece mi fermo/giocando contro il ritmo, contro il movimento”. L’equilibrio, il respiro che rallenta, la corsa finale che lascia fluire tutte le energie nascoste e sopite.

Gli attori della Mayor sono un corpo unico sfaccettato, la diversità delle voci, dei tempi, dei colori è un’esaltazione. Ogni voce ha il suo senso, ogni passo fuori dal ritmo diventa espressione di libertà, un respiro a polmoni pieni, prima della volata finale. Le ossessioni sono circolari, un’ossessione perseguita, un’ossessione cura, e come diceva alla stampa Claudia Mazzeranghi qualche giorno prima dell’esordio al Goldoni, l’ossessione è molto democratica perché ci tocca tutti, mentre è la società a non essere democratica, a considerare certe ossessioni meritevoli di espressione, mentre altre vanno nascoste, represse, dimenticate, cacciate nel fondo dell’anima, nere, scandalose.

L’ossessione è qualcosa di intimo e sociale e c’è molto intimismo nei monologhi di questo spettacolo, in mezzo alla cadenza potente dei monologhi dei numi tutelari della Mayor che sono Pasolini, Basaglia, Gramsci, Heidegger, Derrida. L’ossessione scorre nei ricordi, ci ossessiona qualcosa che non torna più indietro a congiungersi nel nostro percorso e allora non basta più fare il bagno in mare, il simbolo di una liberazione vitale, per ritrovare in ogni tuffo “un urlo di energia e gioia / Ed ora ti vedo lì sconfitto dalla vita, sguardo assente/ Urlo dentro/ Perché non basta più fare il bagno in mare/ Perché quando chiedevo aiuto, perché da solo non riuscivo a tirarti fuori, le istituzioni erano assenti/ Ora il tuo sguardo è assente/ come quello quando decisi di impulso di non tener fede alla distanza che un educatore deve mantenere/ per evitare di vederti montare su un triste furgone che puzzava di abbandono e ti portai al mare/ Perché non basta più fare il bagno in mare/ La tua sconfitta è la sconfitta di tutti, di una città, dei suoi servizi e della sua, mascherata dal finto abbraccio, indifferenza nei confronti della persona […] Dopo averti visto ho avuto bisogno di passare da una situazione simile a quando facevi il bagno in mare/ e vedere bambini che gioivano, come quando tu facevi il bagno in mare/ mi ha dato forza e disperazione/ Ora mi dichiaro sconfitto/ Ma urlo/ Perché non basta più fare il bagno in mare”.

Il sogno, l’immaginazione danno un appiglio alle ossessioni reticolari e questo sogno può ricordarci il mondo di “Alice nel paese delle meraviglie”, come un trio di speciali supereroi, colorati, sfavillanti, beffardi, con un “H” in stampatello in bella vista, come una medaglia. L’ossessione del tempo, del telefono, degli impegni che forse non impegnano, delle lancette, delle telefonate. L’ossessione del lavoro e della mancanza del lavoro e parte un elenco di tipologie contrattuali che sembra una maledizione; cococo, cocopro, prestazione occasionale, a chiamata, a tempo determinato e poi licenziato, cassintegrato, esodato, derubato, annullato! L’ossessione del lavoro e di quello che forse lavoro non è più, ma andrebbe descritto cercando altre parole nel vocabolario delle nostre menti e della nostra società, perché l’ossessione tra le altre cose, ci interroga con urgenza e analitica in un ritmo circolare.

L’ossessione dell’ordine, del controllo, della fretta che scorre. Il linguaggio-non linguaggio di uno degli attori si pone in contrasto con la frenesia; lui fa finta di pescare, con una canna da pesca immaginaria, le sue parole sono diverse dalle nostre, perché in una sola parola ce ne sono molte altre. Un esperanto dell’immaginazione. Il gesto che fugge dall’ossessione che incombe intorno, e incita, grida, stimola a fare presto, a fare meglio, a fare in fretta. Il nostro attore con le sue parole esperante però va lontano, molto più lontano e il fatto che non sia catalogabile, etichettabile, che resti lì sospeso tra un mondo reale e onirico, lo preserva dalla minaccia dell’ossessione; lui è oltre. È lo stesso attore, con i capelli bianchi, con il suo esperanto, a essere il Bianconiglio di questo spettacolo, l’unico a comprendere Alice, quando appare sul palco del Goldoni.

L’ossessione leva il sonno, l’ossessione contamina il mondo, razionale, politico, sociale, entra nei letti degli amanti, nei desideri nelle stanze, entra nella voci di una città che si trasforma, che si interroga. Sfilano gli attori in mezzo alla platea con i pugni chiusi, cantando canzoni popolari, sventolano bandiere rosse e amaranto. Il flusso umano è denso, una rete, e questo popolo si interroga sui pugni chiusi che si alzano, scatta una reazione. Il pugno si alza, qualcuno passa e l’abbassa, con ferma decisione; ma il pugno si rialza. L’ossessione livornese di una città che si ricorda delle Leggi Livornine, dell’accoglienza, della diversità, del bagitto che univa mondi e che poi ha la memoria corta e quella che rimane, per altro, confusa. Si abbassano i pugni, si alzano i pugni. Ci si interroga su questa città che tanto dà alla compagnia Mayor Von Frinzius, nelle ispirazioni, nelle ossessioni, nelle maledizioni, nelle prese in giro, nel vernacolo bruciante, mordente che non perdona, nei sapori, nel vento salmastro che rallenta i pensieri e sporca le labbra. Ci si interroga e ci si chiede se l’indipendenza sia salda e orgogliosa o se sia un “m’importaunasega”.

Le coreografie, il movimento, l’importanza della musica nello scuotere l’approccio più puro e primitivo dell’emozione sono una delle caratteristiche strutturali del laboratorio della Mayor, e questa energia è sempre strabordante, una forma di linguaggio che dà le parole anche a chi non le ha, una danza che è anche una conquista, perché coinvolge anche chi del movimento ha una percezione altra. La compagnia ha vinto il premio “Beppe Occhetto” di Alba come miglior spettacolo, con una segnalazione speciale per David Raspi.

Lo spettacolo è coprodotto dalla Fondazione Teatro Goldoni e dalla associazione Haccompagnami. I ragazzi della Compagnia hanno presentato il loro lavoro alla città grazie all’aiuto di storici sostenitori quali la Fondazione Teatro Goldoni e il calciatore Giorgio Chiellini e di altre realtà locali come l’associazione Haccompagnami, Aamps, Porto 2000, Cral Asa ,CTT Nord Anffas onlus, Rotary Club Livorno Mascagni, Oami, Banca di Castagneto Carducci e l’associazione Siamo in diversi.

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