“Poesie che si avverano”: la rubrica poetica di Radio Cage

Silvia Trovato 22 giugno 2015 0

Di Viola Barbara

Di Libertà Pittrice

Di Libertà Pittrice

 

Questo è un lunedì
triste, perché anche oggi
non sono riuscita ad andare
al mare.
C’è una forza strana
che me lo impedisce
allora scrivo,
pensando a lei.
Penso sempre a lei.
Le Onde

V. era morto così
all’improvviso
e quell’estate
appena iniziata
non era neanche riuscito
ad andare al mare.
C’era una forza strana
che lo tratteneva
da quel luogo
ameno e adorato
la fatica di scendere il boschetto
fino a quell’angolo in cui dimenticava
tutto, anche il rimpianto
di averla persa
per sempre.
E c’era il sole
e al mare parlava il mare
e se calmo, lui si immergeva
lentamente
camminava piano
lasciava che l’acqua
lo consolasse
bagnasse il suo corpo
a pezzi
prima le gambe
non pensare a niente
poi le braccia
non pensare a niente
poi il mento la bocca
il naso, tutta la testa
ora che sei giù
puoi piangere
quanto vuoi
il mare
confonde
le gocce e
ascolta il tuo dolore
che è ingiusto
diceva
voce antica,
il mare.
Ma in quei giorni
di estate al principio
non era riuscito ad andare
poco male, andrò, si ripeteva.
Poi il cuore di domenica
aveva iniziato a battere più
lentamente
e pensava alle ciliegie
alla crema solare
al materassino
pensava a lei
pensava sempre a lei
l’ambulanza, i tubi
l’ospedale.
La sua migliore amica
era lì con lui
poco prima che morisse
e lui le disse
G. sento che sto per andare
senza essere riuscito a vederla
un’ultima volta
né a toccare l’acqua, del mare.
G. leggimi qualcosa
di importante
prima che le piante
del mondo circostante
mi portino altrove
dove non c’è aria
dove non c’è amore.
Ho solo Le onde
è quel che ho in borsa
leggo solo lei da sempre
come tu sai V.
G., disse,
lei è più di quanto
potessi desiderare.
Lesse:

Non c’era una spada, niente con cui abbattere queste pareti, questa protezione, questo generare figli e diventare ogni giorno più implicati e impegnati con i libri e con i quadri?
Meglio bruciar la propria vita come A., anelando alla perfezione o abbandonarci come G., fuggendo via da noi nel deserto o sceglierne uno su un milione e uno solo, come E.
Meglio esser come S. e amare e odiare il calore del sole o l’erba gelata o essere onesti come B., essere un animale. Tutti avevano il loro rapimento, il loro senso di comunità con la morte, qualcosa che riusciva loro utile. Così visitai ciascuno dei miei amici a turno, cercando con dita brancolanti di forzare i loro scrigni chiusi. Andai dall’uno all’altro porgendo il mio dolore, no, non il mio dolore, ma la natura incomprensibile di questa nostra vita, alla loro attenzione.
C’è chi si rivolge ai preti, chi alla poesia, io ai miei amici, al mio cuore, a cercare tra le frasi e i frammenti qualcosa di intatto, io, per cui non c’è bellezza sufficiente nella luna o in un albero.
Io, per cui il contatto di una persona con l’altra è tutto, eppure non posso afferrare neppur questo, io che sono così imperfetto, debole, indicibilmente solo. Sedevo là. Vicino al mare.

V. sorrise disse
grazie G.,
poi smise di respirare.

Di Libertà Pittrice

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