Radio Cage a “Il senso del ridicolo”: incontro con Giulia Addazi

Rosanna Harper 29 settembre 2015 0
Giulia Addazi

Giulia Addazi

di Rosanna Harper

La seconda giornata (quella di sabato) della prima edizione del festival dell’umorismo, “Il senso del ridicolo”, si è aperta con la brava Giulia Addazi che, nella Sala degli Archi della Fortezza Nuova, ha tenuto un incontro molto interessante sulle strategie linguistiche, inclusa l’ironia, usata ai tempi dei social media dal titolo “Twitz: nuovi veicoli di ironia”. Radio Cage era presente all’iniziativa – che ha richiamato la partecipazione di tante persone, molti gli studenti presenti – e per l’occasione ha incontrato Giulia che, dettagliatamente, ci ha spiegato come intende il senso del ridicolo nell’epoca 2.0.
Giulia, qual è il senso del ridicolo che passa attraverso il web e i social network? <Il senso del ridicolo che passa attraverso i social – risponde Giulia – è molto simile al senso del ridicolo che usiamo quotidianamente nella nostra comunicazione verbale con l’unica differenza che, ovviamente, è condiviso con molti contatti, che condividono con noi i limiti entro i quali si deve svolgere la comunicazione sul web. Una volta che si travalicano questi limiti, automaticamente, si scade nel senso del ridicolo: adottando comportamenti, ritenuti per gli utenti del web non appropriati o fuori dal galateo del web, si scade nel senso del ridicolo. Questo – aggiunge – è amplificato dal fatto che una gaffe di un qualsiasi utente può essere rimbalzata tra i vari social fino a diventare anche un tormentone, un meme: vedi, ad esempio, quello che è successo con la povera Miss Italia, un vero e proprio caso mediatico rimbalzato tra i vari social>.
Tra i vari social, qual è, se c’è, quello attraverso cui passa maggiormente l’ironia? <Più quello dove ne passa di più, ne passano, probabilmente di differenti tipi – spiega Giulia. Twitter è ancora, per come è arrivato in Italia, per come è usato in Italia, un po’ più di nicchia: nonostante sia usatissimo richiede un tempo e un impegno nel seguire tutti i profili, dall’ultima affermazione del politico a quella del giornalista o del calciatore. Un impegno continuo e costante che, invece, Facebook non richiede. Su Facebook sono più facilmente condivisibili i video e foto, Twitter, per come è studiato, ci vuole ancora un po’ di tempo>.

Baby George ti disprezzaDurante l’incontro che l’ha vista relatrice, Giulia Addazi –  classe 1990, classicista, presto convertita, si legge nella scheda della sua presentazione, alla storia della lingua italiana – ha analizzato la comunicazione sul web,  elencando in particolare alcune strategie linguistiche che gli utenti della rete utilizzano per “acchiappare” consensi, like o retweet. <La comunicazione del web è simile alla comunicazione verbale – spiega Giulia – perché è una comunicazione fondata sul consenso>. Giulia, per spiegare come si costruisce un motto di spirito, richiama la distinzione operata da Freud tra motti tendenziosi (che alludono a qualcuno o a qualcosa) e motti innocenti ( i semplici giochi di parole). Poi ha analizzato i meccanismi con cui l’utente cerca di applicare lo spirito ai propri contenuti: uno dei primi meccanismi, spiega, è quello della “predicazione” che consiste in strategie di similitudine. Giulia ha parlato anche dei “meme”, ovvero immagini ricorrenti riutilizzate con diversi scopi che spesso producono parodia, ma anche di “riuso con aggiunta decontestuale”: l’ormai diffuso tormentone sui social di “Baby George ti disprezza” o  “Le più belle frasi di Osho”, ma anche “Se i quadri potessero parlare” che, con più di un milione di fan su Facebook, vanta un successo strepitoso. Tra le modalità di “riuso con aggiunta decontestuale”, Giulia ha parlato anche di “coatti insospettabili”: immagini che mostrano personalità più o meno celebri, con espressioni particolari, mentre pronunciano frasi insospettabili (Angela Merkel e Papa Francesco, ad esempio, che parlano di Cesaroni). Poi ci sono i post con un ampio uso di citazionismo a cui si accompagnano i “trending topics”, o meglio battute volontarie legate alla stretta attualità: si pensi alla frase ricorrente “#io ti amavo”  che può essere legata a vari argomenti, come: “#io ti amavo … poi ti sei fatto un selfie nel cesso” o “#io ti amavo …  poi era un’idea di Stefano Accorsi”. Il web, spiega Giulia, spesso si prende gioco della virilità dell’argomenta e cita il fenomeno Lercio che, prima della sua diffusione, veniva ripreso dagli utenti come verità. <Il web – conclude Giulia – ha delle sue convenzioni: il senso del ridicolo è ciò che costruisce il galateo, i limiti entro cui la comunicazione deve rimanere>.

Di seguito, la registrazione con l’intervista di Giulia Addazi.


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