“Idea d’Amor – Libere visioni dell’anarchico Pietro Gori” al Teatrofficina Refugio

Silvia Trovato 10 ottobre 2015 0

Di Silvia Trovato e Luca Limitone

Idea d'Amor al Teatrofficina Refugio, foto di Sara Fasullo

Idea d’Amor al Teatrofficina Refugio, foto di Sara Fasullo

“Ed è per voi sfruttati
per voi lavoratori
che siamo ammanettati
al par dei malfattori
eppur la nostra idea
è solo idea d’amor.
Eppur la nostra idea
è solo idea d’amor”.
Tratto dalla canzone “Nostra patria è il mondo intero” di Pietro Gori, 1895.

Raccolti in un ventre oscuro e caldo, si respira un senso di attesa. Entriamo silenziosi, guidati da qualcuno che ci raccoglie piano in un percorso, ci sono delle vie che devono rimanere aperte per lasciare spazio all’attesa. Non percepiamo niente di quello che abbiamo intorno, ce ne accorgeremo solo dopo, quando le luci inizieranno a muoversi su di noi, che siamo all’interno del ventre caldo, in attesa di una storia. All’improvviso si apre una porta dietro di noi ed entra un narratore, una guida che illustrerà la prima parte del percorso. Alessandra Falca con una giacca di paillettes bordeaux, che riflettono una luce scura, si rivolge a noi, pubblico circolare, pubblico serpentinato, all’interno del ventre caldo. La narratrice ha nelle mani una lampada a petrolio con cui ci rischiara a gruppi introducendoci all’interno della storia di Pietro Gori, militante anarchico, avvocato, poeta, compositore, organizzatore e teorico, nato a Messina il 14 agosto 1865 morto a Portoferraio nel 1911. All’improvviso nello spazio soffuso e scuro si illumina una figura incatenata e sospesa, circondata da una luce rossa, seminuda. “Libertà”, dice piano, con fermezza. Intorno a noi un’orchestra formata da tromba, chitarra e rullante, dopo aver aperto il corteo ci introduce all’interno della storia. Non prima che un altro fascio di luce rossa abbia illuminato la veggente, occhi rovesciati, voce diaframmatica, greve, che apre le strade, i percorsi. “Io dietro loro e voi dietro io”, annuncia la nostra guida, e ci conduce nel cuore del teatrino. Pietro Gori è rappresentato da Paolo Spartaco Palazzi e parla dall’interno del carcere dei Domenicani.

L’idea d’amor, l’idea dell’anarchia. “Idea d’amor – Libere visioni dell’anarchico Pietro Gori” è una produzione del Teatrofficina Refugio in collaborazione con la Federazione anarchica livornese, regia di Emiliano Dominici, testi di Pietro Gori, adattamento a cura di Emiliano Dominici e Patrizia Nesti, musiche originali di Alessandra Falca. Sul palco con Paolo Spartaco Palazzi, Alessandra Falca, Emilia Trevisani, Assad Zaman, Giacomo La Rosa, Chiara Lazzerini, Riccardo Prianti, Romeo Domilici; aiuto regia Elisabetta Cipolli, capo tecnico Selvaggio Casella, luci Martina Di Domenico.

“Quando il potere legislativo ed il governo accettano e soddisfano sotto forma di legge o di decreto qualche nuova domanda sorta dalla coscienza pubblica, – ciò è sempre in seguito a reclami innumerevoli, ad agitazioni straordinarie, a sacrifici non indifferenti del popolo. E quando i governanti si sono decisi a dire di sì, a riconoscere un diritto nei loro sudditi, e, mutilato ed irriconoscibile, lo promulgano nelle carte, nei codici, quasi sempre quel diritto è già sorpassato, l’idea è già vecchia, il bisogno pubblico di quella tal cosa non è più sentito; e la nuova legge serve allora a reprimere altri bisogni più urgenti che si affacciano, che devono attendere di essere sterilizzati, ipertrofici, prima di essere riconosciuti da una legge successiva”.

Pietro Gori, le voci popolari, la potenza del coro che intreccia i canti. Una vita intrecciata con il mondo, da Messina a Livorno, da Livorno a San Francisco, da Lugano a Milano; la vita di un militante instancabile, infervorato dall’idea d’amor con spirito lucente, splendente, combattivo e lucido. “L’arte risplende” e la storia di Pietro Gori si affida anche alla musica perché Pietro è l’autore di “Lugano Bella”, della “Ballata di Sante Caserio”, degli “Stornelli d’esilio”.

Idea d'Amor_ foto di Sara Fasullo

Idea d’Amor_ foto di Sara Fasullo

Gli anarchici erano una delle categorie centrali nella scienza lombrosiana, gli anarchici con i matti e i mattoidi, con i ladri e gli assassini. Certo tutto questo doveva dipendere dalle simmetriche asimettrie dei volti di costoro, come ci illustra una infervorata scienziata lombrosiana, sempre impersonata da Alessandra Falca. Lombroso con i suoi studi di cervelli intirizziti nell’alcool, custoditi in barattoli di vetro spesso a dimostrare la scienza per cui una fronte alta simboleggia intelligenza, una bassa inettitudine; sopracciglia attaccate parlano di ignoranza, un mento sporgente di brutalità. “Come dice lui! Lombroso!” e lo sguardo si alza al cielo in senso di ammirazione, in una parodia esilarante di quella pseudoscienza che nel puro spirito positivista si imponeva su ogni pragmatismo scientifico di base. Poi ci sono delle eccezioni ovviamente, delle eccezioni come nella persona di Sante Caserio, “Lui che era anarchico ma era così bello!” sospira dal palco l’assistente scienziata lombrosiana. Sante Caserio, il fornaio anarchico che agli operai fuori dalle fabbriche portava volantini e una pagnotta, perché si ragiona meglio con lo stomaco pieno. Si ragiona meglio su come rovesciare i padroni. Sante che muore ghigliottinato a ventun’anni, per aver pugnalato a morte il presidente francese Sadi Carnot, per vendicare l’esecuzione dell’anarchico Vaillant. Sante giovane amico fraterno di Pietro Gori che poco prima di vedere in un fremito la sua testa rotolare in un cesto miserabile, trova la forza di urlare “Forza, compagni” Viva l’Anarchia!” e si guadagna un posto eterno nell’immaginario di chi la rivoluzione continua a combatterla sulla Terra, nonché una speciale dedizione da parte di Cesare Lombroso che gli dedica un intero capitolo nel libro dedicato allo studio degli anarchici.

Paolo Spartaco Palazzi in "Idea d'Amor"_ foto di Sara Fasullo

Paolo Spartaco Palazzi in “Idea d’Amor”_ foto di Sara Fasullo

Pietro Gori e i suoi baffi neri e folti, i suoi capelli di corvo, lo seguiamo dal palco preparare manifestazioni con parole segrete a bordo della sua bicicletta, “un mezzo di locomozione del disordine”, chiosano le scienziate lombrosiane, perché permette di dileguarsi in fretta quando ti inseguono i fautori dell’ordine stabilito. Per Pietro la bicicletta è uno straordinario simbolo della potenza umana individuale in un cammino di consapevolezza e riscatto, autocoscienza rivoluzionaria, perché la bicicletta si muove con la forza delle tue gambe, in equilibrio, iniziano a girare gli ingranaggi; “e se la mia bicicletta perde la catena, io mi fermo e la aggiusto, mi fermo e la aggiusto e vado avanti nel mio cammino”.

Uomini testardi questi anarchici di una volta, uomini coerenti come adesso non ce ne sono più, uomini immuni al potere, il veleno della politica, uomini troppo spesso accostati all’eversione stragista, etichettati come bombaroli e che invece Idea d’amor vuole riabilitare, riportare alla memoria quei baffi lunghi, gli stornelli antichi insieme al sentimento puro e ideale di tutti coloro che hanno professato la pace, la giustizia e la libertà in ogni angolo del mondo, come dei profeti senza patria.

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