“Ne vale la pena – Gorgona una storia di detenzione, lavoro e riscatto”: Carlo Mazzerbo racconta l’isola carcere di Gorgona

Silvia Trovato 19 agosto 2016 0

Di Silvia Trovato, foto di Alfio Baldi

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Carlo Mazzerbo è stato per quindici anni il responsabile della casa di reclusione di Gorgona, isola dell’arcipelago toscano, perla verde e montuosa, sede di una colonia penale originariamente nata come una succursale di quella di Pianosa nel 1869. Il Dott. Carlo Mazzerbo lavora da trent’anni negli istituti penitenziari e durante la sua permanenza come direttore della casa di reclusione di Gorgona ha improntato un modello di colonia penale aperto al lavoro, all’inclusione dei detenuti, cercando di aprire sempre più l’isola al mondo circostante, con una progettazione sperimentale e coraggiosa. L’esperienza di Gorgona è raccontata da Carlo Mazzerbo e dal giornalista Gregorio Catalano nel libro “Ne vale la pena – Gorgona, una storia di detenzione, lavoro e riscatto”, Edizioni Nutrimenti, pubblicato nel 2013, e presentato recentemente in occasione della Festa dell’Unità di Livorno. Il lavoro, il riscatto, le storie umane ma anche le difficoltà, le delusioni affrontate con un’instancabile desiderio di costruire un modello nuovo di istituzione carceraria sono al centro di questo libro, in cui Mazzerbo racconta la sua storia personale di lavoro nelle istituzioni penitenziarie, fino all’approdo nell’Isola carcere di Gorgona «Una straordinaria opportunità, un dono che è arrivato nella mia vita» racconta l’ex direttore. Spesso parlando di Gorgona si utilizzano parole come “paradiso” e “bellezza”, affascinati dalla natura aspra e selvaggia di un’isola incontaminata. Se facciamo un brusco salto da Gorgona alla denuncia per trattamento inumano e degradante nelle carceri italiane, ad opera della Corte dei diritti umani di Strasburgo nel 2013, percepiamo la portata rivoluzionaria della storia di Gorgona, che in tutti i modi ha cercato di prestare fede all’art. 27 della Costituzione che sancisce come “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Dal pre-rapporto riferito al 2016 dell’associazione Antigone alcuni passi dalla sentenza del 2013 della Corte di Strasburgo sono stati fatti nelle carceri italiane ma rimangono profonde criticità. Alla data del 30 giugno 2016 sono 54.072 i detenuti delle carceri italiane, con un aumento rispetto allo scorso anno. La capienza regolamentare nelle carceri secondo il Ministero di Giustizia è fissata a quota 49.701 posti. Ad un aumento della popolazione detenuta corrisponde una diminuzione degli istituti di pena a causa dei processi di razionalizzazione, che passano rispettivamente da 209 a 193 unità penitenziarie. Antigone registra un lieve aumento dei detenuti in misura alternativa, giudicando il quantitativo ancora basso rispetto alle potenzialità di azione, sottolineando inoltre che le misure alternative sono quelle di maggior valore in termini di reintegrazione sociale. Altro capitolo del rapporto di Antigone riguarda la salute mentale in carcere, rilevando una situazione molto critica, calcolando che oltre il 50% dei detenuti assume terapie farmacologiche per problemi psichiatrici. Le maggiori criticità riscontrate su questo fronte riguardano la presenza di letti di contenzione o di celle lisce, pessime condizioni materiali delle celle, indebito uso dell’osservazione psichiatrica, e criticità per il benessere e le condizioni di lavoro del personale. Il numero di operatori sanitari specializzati viene giudicato carente dal rapporto, che sancisce che molti psichiatri, psicologi e tecnici della riabilitazione psichiatrica vengono condivisi in molte sezioni diverse e per un numero di ore insufficiente rispetto alle necessità.

Radio Cage intervista Carlo Mazzerbo

Radio Cage intervista Carlo Mazzerbo

Se è facile notare che a Gorgona non possono esserci i problemi del sovraffollamento e delle condizioni degradanti correlate che si verificano in altri istituti penitenziari, è fondamentale percepire l’esperienza dell’isola come un forte segno di mutamento nella consapevolezza culturale e sociale di quella che è la condizione dei detenuti. Il lavoro, il riscatto, sono al centro delle storie di questo libro. «Quello che abbiamo cercato di fare a Gorgona è stato un cambiamento nel rapporto tra utenti e istituzioni, intervenendo sul rancore che i detenuti possono avere verso le istituzioni – spiega Carlo Mazzerbo – non si fa un investimento mirato se si pensa di intervenire nella costruzione di “buoni detenuti”, ma ci si deve concentrare sui “buoni cittadini”, dando gli strumenti adatti. Le persone che hanno partecipato alla vita dell’isola una volta uscite dal carcere, non ci sono rientrate». A Gorgona si lavora la terra, si coltivano vigne e oliveti, si allevano animali nel loro totale rispetto, e l’apertura al mondo delle associazioni, negli anni di direzione di Mazzerbo ha permesso esperienze sociali importanti che hanno contribuito a fare conoscere la vita del carcere al mondo esterno: il Tg Galeotto curato da Arci Solidarietà ne è stato un esempio, ma potremmo aggiungere anche l’esperienza musicale de “I Dentro”, come la partecipazione ai pali marinari con una squadra mista, detenuti-agenti. In Italia solo il 13% della popolazione carceraria lavora mentre il resto passa circa venti ore al giorno chiuso in cella, senza alcuna occupazione, e senza alcuna speranza. «Il senso della pena in Gorgona era quello di rendere il detenuto protagonista della ricostruzione della sua vita assumendosi le proprie responsabilità, facendolo sentire parte di una comunità, perché per chi è sempre vissuto ai margini è tutto il contrario e per questo lavorare sull’inclusione nel tempo è stato importante. La concentrazione sul tema del lavoro è centrale ma ancora di più lo è l’atteggiamento, la voglia di non affidarti agli altri ma di essere al centro – racconta Carlo Mazzerbo – Le criticità maggiori in un’esperienza del genere sono professionali e culturali anche noi non siamo tutti pronti a vivere un cambiamento del ruolo istituzionale, non autoritario, non di dipendenza imposta. Quando parli di diritti e doveri, siamo anche noi istituzioni ad avere dei doveri, l’atteggiamento culturale diverso non è facile da diffondere, si è capito nel tempo e con molto lavoro».

  1. Podcast intervista Carlo Mazzerbo


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