“La linea sconosciuta”, racconti migranti su Radio Cage

Silvia Trovato 7 settembre 2016 0

“La linea sconosciuta” è un racconto scritto da un giovanissimo richiedente asilo ospitato a Livorno all’interno dei progetti di accoglienza. «Quando vivevo in Gambia mi piaceva scrivere, inventavo delle storie e dei racconti e mia madre non era molto d’accordo, diceva che se proprio volevo scrivere dovevo scrivere cose vere e non inventate, perché quelle immaginate non hanno importanza. Io però ho continuato ad avere questa passione e ce l’ho ancora qui con me in Italia, dove continuo a scrivere, anche per esercitarmi con la lingua. Mi piace studiare l’italiano con la mia insegnante, lei è molto brava con noi». La storia che condividiamo su Radio Cage si basa sull’esperienza diretta da richiedente asilo, sulla vita in Italia e sull’attesa, ed è una storia che allarga gli orizzonti del racconto anche grazie all’immaginazione. «Ho voluto raccontare questa storia per mostrare come il pregiudizio ci faccia avere una visione sbagliata della realtà, ci faccia dare giudizi sbagliati sulle persone quando non le conosciamo e vogliamo giudicarle lo stesso; anch’io quando sono arrivato in Italia diffidavo, avevo paura di tutto quello che non conoscevo, stavo all’erta, poi il calcio mi ha portato a conoscere tanti nuovi amici italiani, e questo mi ha dato fiducia, mi ha fatto avere più coraggio».

In Viaggio_Foto di Silvia Trovato

Viaggio per mare, foto di Silvia Trovato

“La linea sconosciuta”

Sono Biko. Ho 18 anni. Sono nato a Serekunda in Gambia, Africa Sub Sahariana. Figlio unico. Da giovanissimi i miei genitori si sono trasferiti da Serekunda a Busumballa perché la vita a Serekunda è difficile. La società in Serekunda è divisa in classi e sfortunatamente la mia famiglia è di una classe inferiore. Non si poteva vivere comodi in quella società dove ci sono brutte discriminazioni e le condizioni di vita sono pessime.

Così la mia famiglia si è trasferita in campagna a Busumballa, i miei genitori hanno iniziato a lavorare nei campi e a vendere i prodotti del nostro raccolto, ma era difficile vendere al mercato perché a Busumballa non ci conosceva nessuno. Dopo qualche anno, mio padre ha deciso di andare fuori dal Gambia a cercare lavoro, iniziò a viaggiare dal Senegal e poi Mali, Niger sino alla Libia.
In Libia ci sono tanti suoi amici gambiani. Comincia a lavorare e a spedire soldi a casa , per me, la scuola e la mia mamma. Dopo 15 anni da quel viaggio, nei campi, un serpente morse mia madre e dopo cinque giorni morì.

La mia vita era sempre più difficile, non potevo tornare a Serekunda perché i parenti erano molto arrabbiati con mio padre che, anni prima, aveva lasciato il paese. Per loro era un traditore e aveva sposato mia madre che veniva additata come una strega.
Mio padre decise di spedirmi dei soldi per affrontare il viaggio verso Tripoli in Libia.
Il mio viaggio durò 9 mesi e tre settimane. Ho attraversato il Gambia, il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e il Niger sino ad arrivare dall’altra parte del Grand Sahara. In Libia ho finalmente riabbracciato mio padre.

In Libia abbiamo cominciato la nostra nuova vita, in una piccola stanza, con altri 9 uomini gambiani. Dopo due settimane mio padre mi trova lavoro come muratore in un’azienda. La paga era di 5 dinar al giorno che equivalgono a € 2,50. Lavoro lì per 7 mesi. Un giorno sento mio padre che parla ad alta voce e piange con il capo dell’azienda, tornato a casa mi dice che sono 4 mesi che non lo pagano e che quindi deve trovarsi un altro lavoro. Dopo 8 giorni da quella discussione, una notte, il capo dell’azienda con altri due uomini armati di pistole, entrano in casa, mentre io ero in bagno e lo portano via. Passano 3 settimane e di mio padre non se ne sa più niente, allora chiedo notizie al capo, ma lui mi risponde: “Se non vuoi morire come tuo padre, devi venire a lavorare con me”.
Tornato a casa, i vicini mi consigliano di scappare perché il capo è molto cattivo, così prendo i soldi che mio padre aveva lasciato ad un nostro vicino onesto e pago un arabo che contrabbanda immigrati per venire in Italia.
Trascorro quasi un mese nella foresta con ragazzi africani e asiatici. Nella foresta si mangia e si beve poco, solo una volta al giorno, e si aspetta il tempo buono per andare in Italia via mare.
Una notte, durante il sonno, un uomo arabo ci viene a prendere. Siamo 105.
Alle 1.30 inizia il viaggio, dopo 11 ore di barcone comincia a entrare acqua, il capitano si mette in contatto con Medici Senza Frontiere per tentare il salvataggio. Dopo 45 minuti arriva la nave grande dei soccorsi, durante il salvataggio sono morti 8 ragazzi. Tre giorni dopo siamo arrivati in Sicilia a Porto Augusto, c’erano poliziotti, giornalisti, dottori. Ero felice. Ho passato un giorno in Sicilia e poi sono salito su un autobus che distribuisce immigrati in tutta Italia. La mia fermata: Livorno.
I primi giorni li ho passati in una casa per ragazzi minorenni senza genitori. All’epoca avevo 17 anni. La situazione era molto complicata, non avevo parenti, né amici e non parlavo italiano. Finalmente un uomo mi dice in inglese “Food” e così arrivò il tempo per mangiare.
Gli altri non parlavano mai con me, pensavo che tutti quanti fossero cattivi.
Ero molto triste e confuso. Cominciai ad odiare tutti i bianchi e non volevo parlare con nessuno di voi. Appena compiuti 18 anni, andai in questura a dire che non potevo vivere con i bambini, così mi hanno trasferito in un centro di accoglienza con ragazzi gambiani e nigeriani.
Lì ero più comodo, perché potevo parlare e capire ciò che dicevano.

Dopo 3 settimane ho iniziato ad andare a scuola, c’erano due insegnanti Giulia e Dania, due bianche molto gentili con noi studenti africani. Dopo il primo giorno sono ancora confuso non capisco perché le insegnanti bianche siano così gentili con noi studenti neri, allora ho pensato che senza di noi le insegnanti sarebbero state senza lavoro e quindi dovevano essere pazienti, calme e gentili.
Dopo qualche giorno Dania ha smesso di venire a scuola. Ho chiesto a Giulia il motivo e mi ha detto che erano iniziate le scuole elementari, che da noi insegnava gratis per volontariato e quindi aveva dovuto smettere. Piano piano ho capito che dietro i sorrisi di Dania non c’era niente di cattivo. Piano piano, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana ho capito che anche Giulia non era diversa da Dania.
Io ho sempre pensato che tutti gli italiani sono razzisti e cattivi perché se vado in un parco o in una piazza e mi metto su una panchina, la gente bianca non viene a sedersi accanto a me. Se entro in un autobus il controllore mi chiede sempre il biglietto e se non ce l’ho mi manda fuori, se gioco una partita di calcio con una squadra di bianchi l’arbitro è sempre ingiusto, una volta mentre andavo agli allenamenti mi si è avvicinata una macchina di ragazzi bianchi che mi ha urlato: “Ehi sei un nero grosso mavaffanculo”. Il giorno dopo quando ho raccontato questa cosa a scuola, la maestra non era felice di ciò che era successo e mi ha detto che quei ragazzi sono degli stupidi ed io sono bravo.
Le parole che mi ha detto, guardandomi negli occhi, mi hanno calmato.
Molto spesso in classe la maestra ci dice che i problemi tra neri e italiani sono 3: la lingua, la paura e il razzismo. Io penso che l’unico problema è il razzismo, lei che il problema più grande è la paura. Se tra neri e bianchi si trovasse un modo per stare insieme e condividere modi di vita anche differenti la paura scomparirebbe.
Ora gioco in una squadra di calcio, alle Sorgenti, sono l’unico nero nella squadra, dopo 4 mesi ho capito che il problema tra me e gli altri ragazzi della squadra, non è il razzismo, ma la paura. Ho imparato che per vivere in questa società e non avere problemi devo imparare la lingua, la cultura e il vostro modo di vivere. Non si deve giudicare senza conoscere.
Adesso ho imparato la linea sconosciuta tra paura e razzismo.
Finalmente dopo un anno e 6 mesi ho un permesso di soggiorno e un passaporto, lavoro in agricoltura come bracciante e vivo in campagna con altri 7 uomini senegalesi.
Un giorno, un ragazzo bianco mi si è avvicinato con un pallone tra i piedi, io ho fatto due tiri e lui mi ha detto che ero un grande. L’ho ringraziato. Si chiama Alessio, dopo 3 minuti eravamo insieme a giocare a pallone, da soli. Abbiamo cominciato a parlare e ci siamo dati appuntamento per la domenica successiva con il pallone. Alessio è arrivato con altri amici, abbiamo giocato tutti insieme e mi ha invitato al suo compleanno. Ci ho pensato un po’ e poi ho accettato. Ero felice di andare.
Domenica alle 19.30 mi sono preparato per andare alla festa con il mio vestito migliore, mi sono messo un profumo pagato 24€ ed ho preso l’autobus per la casa di Alessio. Suono, mi apre un suo amico, mi guarda strano. Gli dico che sono venuto a festeggiare Alessio, entro in salotto, erano tutti bianchi e mi guardavano con occhi strani, alcuni ridevano, Alessio non c’era.
Quando è arrivato mi ha presentato a tutti, sembrava molto felice. Così mi sono calmato ho cominciato a ballare, ho mangiato, cantato e parlato di tante cose.
Alle 22.30 quando è arrivato il momento della preghiera ho chiesto ad Alessio un posto dove poter pregare, mi ha mandato in camera sua. Dopo due minuti apre la porta della stanza la mamma di Alessio e comincia ad urlare, chiama il marito che mi dice che cazzo stavo facendo lì, la moglie si mette pure a chiamare la polizia. Io le dico che stavo pregando che sono un amico di Alessio, che prego perché sono musulmano. Il padre di Alessio comincia ad urlarmi addosso che sono un terrorista. Alcuni ragazzi cominciano ad andarsene a scappare via, altri invece hanno voluto sapere cosa stesse succedendo, Alessio era a fare la doccia.
Quando arriva la polizia mi chiede cosa sto facendo lì e io gli racconto che Alessio mi ha invitato, mentre il padre dice che sono un bugiardo che è impossibile quello che sto raccontando. Mi hanno portato via, alla stazione di polizia. Il padre di Alessio si è molto arrabbiato con lui per il fatto di avermi invitato, che non doveva farlo perché ero un terrorista e che lui era matto. Alessio è confuso. Suo padre gli continua a dire che i musulmani neri sono tutti cattivi che non ci si può fidare. Alessio non capiva dove fossi finito, trova le mie scarpe in camera sua e vuole sapere dove sono. Comincia a piangere ed urlare, parla ai genitori della nostra amicizia che va avanti da quasi 3 mesi. Alessio prende la macchina e viene da me in questura, comincia a dire alla polizia che io sono buono, che siamo amici, che non sono un terrorista. La polizia prova a calmare Alessio, gli spiegano cosa è successo, ma la madre continua a dire che conosce tutti gli amici del figlio e che Alessio non ha amici musulmani. Alessio racconta del parco, del giorno che ci siamo conosciuti. La polizia manda via tutti. A parte me. Vogliono trattenermi per la notte, per fare accertamenti su di me. Alessio gli urla contro: «Voi indossate questi vestiti per proteggere i popoli, i popoli di questo paese e non dovete guardare alla religione o al colore della pelle e invece state punendo questo ragazzo senza un motivo, solo perché è nero, musulmano e non è nato in Italia. Quindi se lui deve dormire qua senza motivo ci dormo anche io».
Tutti i poliziotti restano in silenzio, la madre di Alessio continuava a dire che il figlio era matto. Il padre allora gli si avvicina per cercare di convincerlo ad andare a casa e che la polizia avrebbe fatto il proprio lavoro e sarebbero tornati il giorno seguente. Alessio cerca di dire al padre che lui non lo avrebbe lasciato lì. Il poliziotto allora dice ad Alessio che avrebbe potuto dormire in questura, in un’altra stanza. Alessio era pronto. La madre era frastornata, continuava a ripetere che Alessio non aveva mai dormito fuori casa e non avevano mai discusso. Alessio era un ragazzo gentile ed intelligente.
I poliziotti ed genitori di Alessio mi hanno chiesto scusa e ci hanno rilasciato.
Appena fuori dico ad Alessio che voglio andare al mare.
Nella nostra tradizione se uno va in galera, quando esce deve andare a nuotare per ripulirsi da tutti i problemi della sua anima e non tornare più in galera. Anche Alessio vuole andare a nuotare. E vuole che i suoi genitori mi chiedano perdono, altrimenti non sarebbe tornato a casa.
I genitori arrivano a casa mia con 2 bottiglie di coca cola, si siedono sul divano e mi chiedono se conosco la parola “sbagliare”.
«Noi siamo umani e abbiamo sbagliato, ci scusiamo con te e con Alessio».
Ero troppo arrabbiato, gli ho chiesto di andarsene da casa mia o avrei chiamato la polizia.
La domenica successiva, arrivarono 3 macchine sotto casa mia, c’era anche la nonna di Alessio che ha difficoltà a camminare. Quando sono entrati ero nervoso, gli ho chiesto di non parlare, questo per me non è un gioco, ma la mia vita. Poi mi sono fatto una bella risata e a seguire anche gli altri. Uno zio di Alessio dice: «Non sapevo che mio nipote fosse uno stronzo» e tutti di nuovo a ridere.
Alessio, a quel punto, decide di dire a tutti che sono un grande cuoco, sua madre mi chiede di andare a cucinare a casa loro, così possiamo passare la domenica tutti insieme, in famiglia. Quando sono tornato a casa di Alessio, mi hanno dato pure una stanza per pregare e una cucina per cucinare. Alla fine del pranzo erano tutti entusiasti, continuavano a ripetermi che il cibo era buonissimo. Avevo preparato il “benachia”, la mamma di Alessio voleva imparare a cucinare quel cibo africano. Da quel giorno, per sette mesi, tutte le domeniche cucinavo e mangiavo a casa di Alessio. A volte dormivo lì.
Io e Alessio, decidiamo di andare, insieme, in Gambia. Voglio presentargli Omar, il mio migliore amico. Quando ci siamo rivisti ero felicissimo. Siamo andati a casa sua, una casa piena di bambini.
Il padre di Omar ha due mogli. Alessio non capisce la situazione, è confuso. Gli spiego che nella nostra religione è normale avere più mogli. La nostra vacanza ha inizio: andiamo in giro per il Gambia, a nuotare sulla spiaggia, a cavallo per la città.
Una sera, il padre di Omar, mi ferma e mi chiede se conosco il significato della parola “amico”. Se a scuola mi avevano raccontato la storia tra bianchi e neri, se ricordavo l’apartheid e i business che fanno in Africa, sfruttando la nostra terra. Se conoscevo Martin Luther King, Malcom X, Bob Marley. Se sapevo la fine che avevano fatto.
«Lo hanno ucciso Roy? Lo hanno ucciso Thomas San Icara? Lo hanno ucciso Mandela, imprigionato per 27 anni? Sono molto cattivi, a noi ci hanno ucciso tutti, sono entrati nelle nostre case, ci hanno rubato tutto. Sono venuti nella nostra terra a sfruttare i nostri ragazzi forti, hanno fatto tornare i nostri uomini vecchi e poi hanno chiuso le frontiere. Dicono che non hanno bisogno di noi. Se vogliamo andare nella loro terra, abbiamo bisogno della Visa. E se la Visa è scaduta, andiamo in prigione. Hai detto ad Alessio che hai rischiato la tua vita nel deserto in Libia e nel Mediterraneo per arrivare in Italia? Per fare amicizia con loro? Sei uno stupido. Questa gente non fa nulla senza interesse. Questo tipo, Alessio, ti sta sfruttando per qualche motivo. E quando non gli servirai più ti butterà nella spazzatura, perché non hanno più bisogno di te» dice il padre di Omar.
Mi sento confuso, gli dico che quello che dice è la verità, ma che ora la generazione è cambiata, non tutti sono cattivi e che Alessio è molto gentile.
«Lo sai cosa è successo in Germania ad Alì , il mio figlio grande, lo hanno trovato per strada morto ammazzato con la Visa scaduta. Facciamo così se vuoi continuare la tua amicizia con questo ragazzo, non puoi essere amico di Omar e devi andartene da casa mia».
Quando ho spiegato cosa fosse successo con suo padre, Omar mi ha detto che sarei dovuto andare via, se il padre aveva deciso così.
In 45 minuti io e Alessio eravamo fuori casa. Abbiamo preso un motel per 3 giorni e poi siamo tornati in Italia. La madre di Alessio era sorpresa che il nostro soggiorno in Africa fosse durato così poco. Il giorno dopo, Alessio parla ai genitori di tutto quello che il padre di Omar ci aveva detto e il motivo della nostra prematura partenza. Un alone di tristezza è calato sulla casa.
La mamma di Alessio ha cominciato a dire che il padre di Omar era uno stupido a parlare così, era molto arrabbiata e il marito cercava di calmarla.
«Se tu sei arrabbiata e lui in Africa è arrabbiato, dove è il senso di tutto questo? Non dobbiamo fare casino, ma trovare una strada e poi tutto andrà bene».
I genitori di Alessio vogliono conoscere Omar e la sua famiglia. Li invitano. Il viaggio è lungo le perplessità tante. Un giorno, però, arrivano tutti a casa di Alessio e sua madre si mette a cucinare il “Benachin”che le ho insegnato io.
Il padre di Omar non era felice di stare in casa con tutti quei bianchi e si chiedeva chi avesse cucinato quel pranzo africano. Il padre di Alessio lo rassicura sulla nostra amicizia e gli dice che per loro è un grande piacere averli lì con loro e che per questo sono stati contenti di aver pagato il loro viaggio per farli arrivare in Italia. Il padre di Omar e Alì vuole sapere da me se quella del padre di Alessio è la verità. Gli dico di sì.
Anche il padre di Omar ha attraversato la linea sconosciuta.
Ogni 2 anni, da quel giorno , la famiglia di Alessio va in vacanza in Gambia, il padre di Omar e Alì ha regalato al padre di Alessio un pezzetto di terra per costruirsi lì in Gambia una casa per le vacanze.

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