“I giorni del vino e delle rose”, graphic novel di Valigie Rosse

Silvia Trovato 16 ottobre 2016 0

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Un cassetto in una stanza custodisce da sedici anni una preziosa foto di Steve Wynn dei Dream Syndicate. La foto ritrae Steve Wynn con Riccardo Bargellini (Valigie Rosse) sul palco del Goldoni a Livorno. “I giorni del vino e delle rose” è un viaggio nel mondo dell’arte, e parte da questo cassetto che si riapre, una proustiana madeleine elettrica, che corre un viaggio nel tempo che ci porta agli inizi del Novecento, a un poeta morto a 33 anni, morto d’alcol e d’amore: Ernest Dawson. “They are not long the days of wine and roses”, scriveva Ernest Dawson, e non sapeva ancora che quei versi avrebbero dato il titolo all’album dei Dream Syndicate e ancora prima a un film del 1962 diretto da Blake Edwards. Questi versi sono destinati quindi a correre nei meandri espressivi di differenti forme d’arte, anche all’insaputa dei creatori, chi li ha raccolti dalla musica, chi dal cinema, per poi arrivare al suo artefice, Ernest Dawson, e alla sua vita così romantica e decadente, segnata dalla poesia, dall’alcol, da tanto dolore e rimpianto, e da una morte precoce che però ha consegnato intatti al tempo i suoi versi che hanno conquistato mani e occhi di tanti artisti di epoche diverse. Chi ci permette di fare questo viaggio che riunisce la storia che arriva dalla foto nel cassetto, alla vita di Dawson, al film di Edwards a Steve Wynn, è la creatura di Valigie RosseI giorni del vino e delle rose” di Diego Bertelli e Silvia Rocchi. Si tratta di una graphic novel che esce dai margini, perché rispettando la vocazione di questi versi che parlano d’amore e dipendenza, di fusione tra le arti, non solo unisce le parole di Diego Bertelli alle illustrazioni di Silvia Rocchi, ma porta con sé una musica creata appositamente da Gianni Niccolai e due spettacoli teatrali della Compagnia “Teatri tra i binari”.

E poi c’è il ritornello. Quella canzone me l’ero scritta su un foglio, dieci anni fa, quando mi ero lasciato e lasciarsi è come non avere mai avuto la persona che hai amato. Almeno è così se la ami davvero. La canzone di Wynn me l’ero tradotta perché mi sembrava che lui dicesse le cose giuste, quelle che io non ero stato in grado di dire. Sai com’è no? Le canzoni ti trovano le parole giuste venti anni prima che succedano”.

Diego Bertelli, scrittore e critico, vive e lavora negli Stati Uniti. Autore della raccolta di poesie “L’imbuto di chiocciola” e della monografia “Viaggio al termine della scrittura: Calvino, Pasolini, Bazlen Parise Cattafi”, ha curato il testo de “I giorni del vino e delle rose”. «La proposta di Valigie Rosse è stata una vera e propria sorpresa. Avevamo parlato con Riccardo Bargellini al Pisa Book Festival di Steve Wynn, che entrambi amiamo, e lui mi aveva fatto fare questo percorso a ritroso nel tempo, attraverso l’album dei Dream Syndicate, il film di Blake Edwards e i versi di Ernest Dowson. Fu una forte suggestione; dissi che una storia così bisognava scriverla, ma che sarebbe stato anche più bello disegnarla. Poi mi arriva la loro telefonata, l’invito concreto a fare il graphic novel e io che vado nel panico e rispondo di no. È stato buffo. In ogni caso, un attimo dopo eravamo tutti estremamente felici di poter lavorare insieme a questo progetto. Dowson è figlio del suo tempo, della “décadence”. C’è un livello di autocompiacimento del tragico nella sua poesia che è senz’altro la parte più affascinante dell’uomo e del poeta, perché è lì che avviene l’incontro tra i due: nell’elaborazione di un mito antagonistico alla vita, nella mistione storica tra quest’ultima e la letteratura. Naturalmente, riuscire a legare i temi del tempo e della memoria in un percorso che andasse dal 1982, all’ultimo giorno di vita di Dowson, il 23 febbraio del 1900, non era facile, specie per quel che riguarda la traduzione in epoche diverse e attraverso linguaggi diversi del sentimento erotico-amoroso. Mantenere, cioè, lo stesso livello di tensione. Quando si finisce di leggere il graphic novel bisogna avere l’impressione che si sia letta una storia soltanto, la storia di un verso, “The Days of Wine and Roses”, e questo è quello che ho cercato di fare».

Silvia Rocchi, disegnatrice, componente del collettivo di fumetti autoprodotti “La Trama”,autrice della biografia di “Alda Merini” e di “Tiziano Terzani” per BeccoGiallo, ha disegnato la storia scritta da Francesca Riccioni “Il segreto di Majorana” e ha fatto nascere le illustrazioni di questa graphic novel. «Lavorare sul testo di Diego Bertelli non è stato semplice all’inizio. Dovevo trovare una chiave di lettura ulteriore per analizzare “visivamente” il testo, l’ho letto, riletto e riletto ancora. Ad un certo punto ho avuto un’illuminazione: ho usato un nastro, qualcosa che graficamente rendesse la metafora descritta dal Bertelli, ossia, qualcosa che legasse tutte le discipline vistosamente. Quando ho esplicitato la metafora, tutto si è srotolato in maniera naturale, il ricordo del protagonista, gli ultimi sorsi del poeta, il film…tutto si è concatenato in maniera spontanea e sicuramente poco metodica. Un elemento particolare di questo lavoro per me è stato nell’uso del solo bianco e nero. Generalmente lavoro con molti colori e ritrovarmi con la sola grafite è stato estremamente stimolante. Il risultato sono una serie di schizzi che molto dinamicamente danno il ritmo della storia. Per certi versi ho esplorato di più il linguaggio del fumetto, frammentando, spezzando le scene; per altri invece mi sono autoimposta di togliere la griglia, per favorire questa lettura fluida e abbozzata nei disegni, al contrario dei testi, che sono molto profondi e entrano nei dettagli specialmente della vita del poeta».

Il viaggio dei versi di Dawson ha incrociato con quest’opera la musica, con una colonna sonora dedicata al libro, e il linguaggio teatrale, con due spettacoli “Shattengarten” e “33”. La colonna sonora di questo libro (https://soundcloud.com/igiornidelvinoedellerose) è stata affidata a Gianni Niccolai che ha suonato con Lip Colour Revolution, Stella Maris Music Conspiracy (o S.M.M.C.) Falca Milioni & Le Figure, Silvereight, Lupe Veléz, Bad Love Experience e adesso sta portando avanti un progetto che si chiama “Captain Lovestar”. «Questa esperienza è stata come una sfida, un passaggio nel mio percorso musicale; dal 2012 ho solo svolto la mansione di gregario nelle band dove ho suonato, mi limitavo a dare la mia parte di basso e aiutare nell’arrangiamento della canzone. Con “I giorni del vino e delle rose” ho accettato di ripartire con le mie produzioni sotto lo pseudonimo di Capt. Lovestar ed è stato importante perché adesso sto già preparando un nuovo disco e la macchina musica dentro di me è ripartita. L’unione tra musica e parole per me è stata molto spontanea, alcuni passaggi sonori sono andato a cercarli nella mia riserva di idee, piccoli riff o ritmi che avevo parcheggiato da qualche parte e volevo far vivere. Altre parti invece sono nate leggendo le parole di Diego Bertelli e guardando il film “The days of wine and roses”, che ha una colonna sonora stupenda di Henry Mancini, vincitore dell’Oscar. Dopo qualche tempo sono giunte le immagini di Silvia Rocchi e grazie a quelle ho cercato di dare colore ed armonia durante tutta la fase di mixaggio. La cosa che più mi ha colpito di tutto questa storia è stato rivedere nei protagonisti del libro tante persone che conosco che sanno cosa significa rovinarsi per amore o per l’uso di additivi, per riuscire a tamponare quel buco al cuore che ti rimane attaccato addosso. La parte che più mi ha dato ispirazione nella creazione della colonna sonora del libro è stata quella riferita al film, dove ho provato a scrivere un tributo “jazz-swing”. La parte più difficile è stata capire la giusta durata di tutta la colonna sonora, non leggiamo tutti alla stessa velocità ho dovuto fare un po´ di prove e trovare il giusto compromesso tra tempo, musica e parole».

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La parte teatrale nata da questo lungo viaggio nel tempo, nell’arte, nella poesia, nei meandri creativi e distruttivi dell’amore, della morte, della dipendenza la racconta Francesco Mugnari, regista della compagnia teatrale “Teatri tra i binari”. «Quando Silvia Bellucci (Valigie Rosse, Project Manager de “I giorni del vino e delle rose”) mi ha parlato di questo progetto era Giugno 2015 e non avevo ancora letto il testo che Diego ha poi scritto. Mi raccontarono della foto, dell’album dei Dream Syndicate, del film di Blake Edwards, ma ciò che mi ha colpito più di tutto fu la figura di Ernest Dawson, della sua poesia, del suo amore tormentato. Ciò che continuava a rimanermi impresso era il concetto di “Dipendenza”. In una relazione, di qualunque genere essa sia, spesso si entra nella dimensione di dipendenza dall’altro, quel punto in cui sembra di non essere più nessuno quando ci troviamo ad essere privati della presenza dell’altro. Tutto questo nella riflessione dello sviluppo dell’essere umano mi è da sempre risultata un’assurdità e spesso ci troviamo a passare da una dipendenza ad un’altra, che sia un nuovo apparente amore, l’alcol, le droghe. Sentiamo questa necessità di dover immediatamente riempire la mancanza, come non riuscissimo mai a concederci la possibilità di sentire il nostro essere nell’individualità, o comunque nella possibilità di vivere nonostante la presenza dell’altro. “Teatri tra i binari” è una compagnia teatrale nata a febbraio 2012 e per questo progetto abbiamo deciso si intraprendere due strade. Da una parte abbiamo selezionato una sezione dell’opera di Bertelli, quella in cui troviamo il troviamo il dialogo tra Dowson e Sherard negli ultimi giorni di vita del poeta. Da questa selezione è nato “33 – I Giorni del Vino e Delle Rose“. In questo spettacolo troviamo due attori nei panni dei due protagonisti che nella quotidianità della vita trascorrono il loro tempo riflettendo tra poesia e amore, condendo il tutto tra alcol e deliranti attimi di scrittura. Sistematicamente appare la voce di una fanciulla che ricorda le parole poesie di Dawson. Nell’epilogo finale la morte del poeta martire dell’amore:

33 sono gli anni che Ernest Dowson non riuscì a compiere, sono i sorsi che non riuscì a bere, sono i respiri che non riuscì a condividere con Adelaide, sono i sogni che non poté vivere.
Quanto amore illude la percezione di libertà.
Trascorriamo la nostra esistenza alla ricerca di un senso che possa rendere meno vano il nostro passaggio sulla terra. Spesso questo senso viene trovato in un’altra persona.
Una donna.
Una lunga treccia nera si posa sulla sua spalla.
Il ricordo del vento che in un giorno d’estate animava quei capelli un tempo liberi”.

Dall’altra parte, siamo rimasti più fedeli alla nostra pratica. Abbiamo preso la produzione poetica di Dawson e da lì abbiamo dato il via alla creazione di un immaginario che potesse indagare liberamente all’interno della dicotomia amore-dipendenza. Questo è “Shattengarten“, “Giardino D’ombra”, ispirato dall’omonima poesia composta dal poeta, dove abbiamo creato un giardino che come una sorta di purgatorio accoglie le anime degli amanti che in vita hanno sofferto per amore. Così si è creato uno scenario completamente bianco in cui gli elementi principali sono dei fiori finti, una montagna di fiori, dal quale escono due amanti. Al fianco un poeta, due vedove e un cupido, il quale in maniera convulsa riempie un muro bianco di “m’ama non m’ama“».

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