Racconti Interstellari – L’appuntamento di Claudia Corvo

Silvia Trovato 12 aprile 2017 0

L’Appuntamento

Di Claudia Corvo

Bussa e bussa, alla fine Alfio si decise ad aprire il portellone del garage.
“Che facevi, dormivi? Ce ne hai messo di tempo.”
“Ero a finire il lavoro.”
“E’ che sei sordo. Ha ragione la tu’ moglie”
“Senti chi parla: il giovanotto! Vieni, le vuoi vedere o no?” e lo fece entrare.
Erano tornate una meraviglia. Tutte e due nere, lucide, senza più ruggine, i sellini nuovi, i copricatena, i pedali, i catarifrangenti: tutto sistemato.
“Bel lavoro, eh?”
Renato accarezzava la canna della bici da uomo “Qui sopra ci stavo seduto da bimbetto. Trentasette chilometri ci ho fatto, quando si sfollò. E il mi’ babbo c’aveva un fiatone che mi pare ancora di sentirmelo sul collo.”
Alfio annuì. Quante volte l’aveva sentita.
“E su quest’altra bici la povera donna della mi’ mamma ci caricò mezza casa. Avanti e indietro, avanti e indietro a fare il trasloco nel ‘58. Pure il materasso ci portò.”
“Via. Si va?” disse Alfio, che quelle storie ormai le sapeva a memoria.
Legarono le borse sui portapacchi, si abbottonarono la giacca, montarono in sella e partirono così, come se andassero via per caso. All’inizio piano, una pedalata dietro l’altra, a guardare a destra e sinistra, a frenare in continuazione, con tutte quelle macchine, i semafori, i motorini da tutte le parti. Uscirono dal centro, poi dalla città, fra i condomini di periferia, dove un tempo non c’erano case, solo campi. Lì si pedalava meglio. Strade diritte, meno rischi, meno traffico, sempre meno. Passata un’ora, erano stanchi, tutti e due. Le biciclette erano pesanti, quelle di una volta. E loro erano vecchi.
Renato accostò sul ciglio di un fosso, appoggiò in terra la bicicletta e rimase a guardare la campagna. Tutta una distesa piatta, il profilo dei monti nel cielo opaco, qualche baracca, due case, una ciminiera.
“Da queste parti non c’ero più tornato da chissà quanto.” disse con lo sguardo fisso nel niente.
“Quant’è lontano?” chiese Alfio
“Ancora un po’.”
“Ma sei sicuro di ricordartelo, il posto? Con tutto il tempo che è passato…”
Al momento di rimontare sulla bici squillò il cellulare. “Dio bono, è la mi’ moglie che mi cerca.” disse Alfio fissando lo schermo illuminato.
“Oh, non fa’ scherzi! S’era detto di non portarselo, il telefono. Dammi qua.” Lo prese e lo buttò nel fosso mentre ancora squillava.
Era un pomeriggio tiepido di fine inverno che ancora le foglie non erano spuntate e l’erba era grigia, ma gli stecchi erano già fioriti. Il sole si stava abbassando e Alfio ebbe un brivido.
“Io qui con l’umido mi ci ammalo” disse soffiandosi il naso.
Renato lo guardò in faccia “Perché, fa differenza?” chiese. E Alfio non seppe che rispondere.
Pedalando piano sulla strada sterrata si misero a rievocare le storie della fabbrica, a nominare i compagni, a ridere. Prima che facesse buio si fermarono a sedere su un muretto e lì tirarono fuori la roba che si erano portati: la pasta al pomodoro nella pietanziera, l’uovo sodo, il vino. Proprio come a quei tempi, alla fine del turno. Si sentivano sempre più di buon umore.
E poi pedalarono e pedalarono, veloci, fra i viottoli, fra le stradine. Lontani dalle case e da tutto il resto, mentre il sole calava all’orizzonte e tremolava nell’aria scura la luce dei fanali delle biciclette.
“Ecco. Ci siamo. E’ qua.” disse a un certo punto Renato, fermandosi ad un bivio e indicando sulla destra.
“Sei sicuro? Io non vedo niente. E’ un campo.”
“E’ qua. Aspettiamo.”
Aspettarono. Si sedettero in terra, nell’erba umida, al buio. Poi si sdraiarono. Poi chiusero gli occhi.
Chissà a che ora accadde, perché nessuno lo vide e nessuno poi lo raccontò. Di certo il posto era quello giusto, perché il grande disco lucente atterrò proprio lì, in uno sfolgorio di luci.
“Eccoli! Sono tornati! Sono tornati a prendermi! Te l’avevo detto!” gridò Renato. “Vieni!”
Si alzarono, inforcarono le bici e spinsero sui pedali con la forza di quando avevano vent’anni. Stava calando una passerella e loro di slancio ci montarono sopra, correndo in avanti, verso la luce, finché tanta fu la luce che non si videro più.

Lascia un commento »