Racconti Interstellari – Mehmet di Giulia Ansaldo

Silvia Trovato 17 aprile 2017 0

Mehmet

Di Giulia Ansaldo

Foto Denis Sinyakov Reuters

Nubi viola sulla strada lunga che inaugura l’estate già nota per il ricordo, ogni anno meno lunga di quella prima e ancora. Pedala Mehemet, pensava, se dal carro alla prima casa arrivi in meno di mezz’ora, quando avrai quindici anni non sarai più qui. Pedala Mehmet, pensava. E già il carro che l’aveva accompagnato dal campo alla strada lo superava pungendogli la faccia col fieno che perdeva. Pedala Mehmet, che la strada lunga ha molti ostacoli, come le buche che inciampano le ruote, potessi gonfiarle Mehmet, domani ne avresti uno in meno. Non ascoltarlo lo stomaco Mehmet, ignoralo che ne hai mangiati di pistacchi oggi ma a rubarli non ti presti. Pedala Mehmet che un giorno sarai lontano da questo secco verdeggiare piano, con le luci della veranda vuota di un’osteria in plastica accanto alla pompa di benzina che non serve le tue ruote flosce. Pedala Mehmet, che se ti volti dall’altro lato c’è un pullman che passa e ti fa sperare col cielo arancione che resta del sole di esser là sopra, per andare dove vorrai, tutto quel che sei, parlerai un’altra lingua e ti ricorderai da lontano di questa bicicletta troppo alta, pedala Mehmet, che la prima casa è vicina dopo soli venti minuti.
Sono gli odori a guidare. Se imparo a riconoscerli al mercato saprò subito dove si trovano le spezie e la frutta secca, anche se non ci sono mai stato al mercato di Van. Le spezie sono le stesse ovunque, e gli odori sono i più affidabili. Me lo ricordo cosa ha detto Youssuf. Appena arrivi a Van senti la puzza di piscio di gatto, quella è terribile, copre ogni odore, te attraversala, assuefatti, così ha detto, ma io non lo so cosa vuol dire. Deva averla imparata a scuola. Prima lo capivo quando parlava, adesso parla l’altra lingua anche con me, e dice parole strane, ma io ricordo lo stesso quello che dice. Dice che vuol dire che dopo un po’ non lo sentirò più l’odore della pipì di gatto, allora comincerò ad annusare le spezie. Io non ci credo tanto, ma Youssuf va a scuola, queste cose le sa, insegnano tutto a scuola. Lui un giorno andrà via allora da qui per andare a studiare nelle città grandi. Io per ora vado a Van, se li pagano bene i pistacchi, Osman Bey Effendi mi lascerà una bella mancia che mi ci compro il quaderno, così a scuola ci vado anch’io. Intanto imparo gli odori, quelli a scuola non li insegnano. Vado al mercato, poi si vedrà. Pedala Mehmet.
Yousuf si sbagliava, forse nessuno dei suoi maestri è mai stato a Van, sicuramente non hanno mai venduto pistacchi, e di spezie conoscono solo quelle che la nonna dosa nei piatti mentre prepara le polpette ripiene. KK7 le chiamo le spezie, mi dicono che non dovrei usare abbreviazioni che somigliano a nomi di partiti terroristici, che quando faccio la lista degli ordini devo scrivere tutto come si deve, ma Osman Bey Effendi non mi ha insegnato a scrivere che i nomi delle polveri e della frutta secca che commercia e non c’è niente che venda come Kara-Pepe, Kirmizi-Pepe e la miscela segreta delle sette spezie. Allora scrivo KK7 per non perdere tempo, Osman Bey Effendi tiene molto ai suoi affari e non gli importa dei partiti che si chiamano come la sua maggiore fonte di guadagno, e così me lo lascia fare, salvo poi che sono io a consegnare gli ordini e i mercanti se la prendono con me. Una volta Mustafa Bey di Izmir mi ha detto che se non gli avessi portato un ordine rispettosamente nazionalista, così ha detto, non ci avrebbe più rifornito; oltre a denunciare Osman Bey Effendi, mi avrebbe preso a servizio gratuito finché non avessi imparato a leggere e scrivere correttamente, cioè, secondo lui per sempre. Ci ho pensato un po’, non fosse stato per il rispetto che devo ad Osman Bey Effendi gli avrei portato un’intera lista di sigle ed abbreviazioni se così gli fosse piaciuto per portarmi con sé sul Mare Bianco, non gliel’ho detto che quella città è il mio sogno, tanto grande che potrei fuggire da lui e farmi assumere come mozzo su di una nave fino a diventare capitano.
Per adesso il mare lo sogno, come la scuola, per adesso c’è questo lago che mare quasi sembra a vederlo da lontano ma non profuma di alghe come dovrebbe il mare vero, almeno ci sono le navi che lo traversano, anche se non capisco dove vadano visto che dall’altra parte c’è ancora la stessa città, gli stessi gatti, le stesse spezie. Le spezie pesano meno dei pistacchi, con il traino alleggerito il ritorno sembra in discesa. Ma sono ancora lontano e intanto pedalo, guardo il lago a forma di voglia e studio il vento che confonde gli odori. Pedala Mehmet.

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