Abbracciamo una nuova Livorno – Livorno in colore una città cosmopolita

Silvia Trovato 9 giugno 2017 0

Articolo scritto dalla 3CSU del Liceo Cecioni di Livorno nell’ambito del progetto di Arci Solidarietà Livorno, finanziato dalla Regione Toscana, “Educare alla cittadinanza globale”

 

Nell’ambito del laboratorio sui diritti umani “Educare alla cittadinanza globale” ci siamo posti delle domande riguardo al fenomeno dell’immigrazione nella città di Livorno.

In ogni ambito sociale, che sia lavorativo, scolastico, o semplicemente casalingo, quando viene pronunciata la parola “immigrazione”, le reazioni a cui assistiamo possono essere di vario genere: ci sarà chi storcerà il naso, pronto a dare inizio ad un grosso dibattito, chi alzerà le spalle, e dirà che l’argomento gli è indifferente e chi, invece, alzerà il viso per difendere e far conoscere al mondo la propria lotta, i propri valori o la propria origine.
La visione che abbiamo della parola “immigrazione” è animata da diverse scintille.

Ed è proprio per questo motivo che Francesca Ricci, impiegata presso l’Arci Livorno, con l’aiuto di alcuni ragazzi che hanno vissuto in prima persona il fenomeno dell’immigrazione, ha dato vita allo spettacolo “Provate ad immaginare”: non solo per dimostrare che l’Italia, e in particolare la città di Livorno, è ormai in contatto giornaliero con questo evento, ma per cercare di far capire, o appunto, ad immaginare, non solo a coloro che vi sono coinvolti, ma anche, e soprattutto, a quelli che non lo sono, cosa significhi vivere una simile esperienza.

Il modo migliore per farlo, senza apparire ripetitivi e tediosi, si è ritrovato nel teatro: questo, nel suo complesso, è servito non solo a rendere più piacevole e in qualche modo diverso il modo di presentare il tema dell’immigrazione, ma ha messo in luce alla perfezione ciò che un richiedente asilo vive nel corso della sua storia.

Lo spettacolo, che come già detto, ha preso il nome di “Provate ad immaginare”, è stato messo in scena il 20 Aprile al teatro Goldoni di Livorno, ed è stato il frutto dell’incontro con un particolare ragazzo richiedente asilo, Bakary Jobe, che ha deciso di riportare il suo passato sotto forma di parole scritte: i suoi testi, forti di messaggi, sono diventati fonte di ispirazione, e poco dopo sono stati riadattati al contesto teatrale.

Unendo la recitazione alla danza, Francesca Ricci ed i dieci ragazzi richiedenti asilo non solo sono riusciti alla perfezione nel loro intento di comunicare agli altri cosa si nasconda dietro alla parola “immigrazione”, ma l’hanno fatto in un modo che, agli occhi di chi è abituato ad osservarne gli effetti alla televisione, è risultato completamente travolgente.

Qual è l’obiettivo comune che spinge e motiva i collaboratori dell’ARCI a schierarsi con le persone richiedenti asilo, pur sapendo che si pongono in contrasto con gli ideali di molte persone?

L’obiettivo comune è quello di accogliere persone che appena sbarcate in Italia, dopo un viaggio molto pericoloso, si trovano in uno stato di bisogno assoluto (cibo, vestiti, cure mediche, solidarietà, sostegno psicologico).

I ragazzi che richiedono protezione internazionale, nel nostro paese, provengono da paesi in cui ci sono condizioni di povertà assoluta, guerre e, molto spesso, la violazione dei diritti umani, civili e politici. I richiedenti asilo appena arrivano in Italia non solo, sono privi dei generi di prima necessità, ma si trovano lontani dai loro affetti e, nella maggior parte dei casi, colpiti da violenze perpetrate durante il loro lungo viaggio verso l’Italia. Il viaggio dai propri paesi di origine implica non solo, il viaggio sul barcone, ma un viaggio che attraversa il deserto e un soggiorno in Libia, durante il quale lavorano sotto sfruttamento e sono continuamente vessati. Questa sintesi, mi serve, per farvi comprendere le ragioni, per le quali, la nostra associazione e gli operatori che ne fanno parte, operano nel settore dell’accoglienza di queste persone. E’ nel proprio statuto che si trovano i valori dell’accoglienza, della solidarietà e della tutela dei diritti umani, laddove vengono violati. Siamo, quindi, chiamati a rispondere a questa emergenza umanitaria e a fare da ponte tra coloro che richiedono asilo e la comunità in cui vengono ospitate. Porsi dalla parte di un’umanità in cerca di aiuto e protezione non può essere un ideale, ma una pratica a cui non vogliamo e non possiamo rinunciare.

Come si muove Livorno verso l’inclusione di richiedenti asilo?

Livorno è uno dei 2300 comuni in Italia (su un totale di 8000) che fanno accoglienza.

Attualmente, i richiedenti asilo nella nostra città sono circa 560.

Ad occuparsi della cosiddetta prima accoglienza sono le prefetture le quali affidano ad associazioni, cooperative, ecc la gestione delle strutture di accoglienza. A Livorno, gli enti gestori sono: Arci Solidarietà, Caritas, Cesdi, i Padri trinitari e Azione sociale.

I richiedenti asilo sono ospiti in alcune strutture denominate CAS, le quali offrono i pasti, l’alloggio, il corso di lingua italiana e attività collaterali inerenti attività di volontariato e culturali. Le attività collaterali che Arci Solidarietà offre ai propri ragazzi sono legate alle espressioni culturali come il teatro, la scrittura, la danza e la creatività in generale. Questo perché la nostra associazione è fermamente convinta che l’arte, la cultura e lo scambio reciproco di idee ed emozioni possano aiutare a riacquistare la fiducia e l’auto stima necessarie per andare avanti nonostante i momenti di difficoltà e accrescere la solidarietà umana e la conoscenza, due grandi risorse da tenere strette nel percorso di ricostruzione di un’umanità che è andata persa nei lunghi e dolorosi viaggi intrapresi da queste persone. Queste buone pratiche, oltre ad essere motivo di crescita, inclusione e integrazione per coloro che chiedono accoglienza, diventano occasioni di crescita, confronto e condivisione anche per gli operatori e i volontari che ci lavorano a stretto contatto e una grande opportunità per le comunità ospitanti.

Spesso i problemi economici, formali e tecnici impediscono una corretta e giusta accoglienza, a noi resta comunque, pur lottando per misure governative più eque ed efficaci, il dovere morale della solidarietà.

 

 

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